CADORE, UN TERRITORIO ANTICO

(Ultimo aggiornamento 03 aprile 2020)

APPUNTI SULLA STORIA ARCHEOLOGICA E SUI RITROVAMENTI

La presenza stagionale è accertata a cominciare dal Mesolitico (VI millennio A.C.) con la scoperta dell’uomo di Mondeval e del suo notevole corredo. I ritrovamenti di selci datati al VII-V millennio A.C. sul Passo Falzarego , sul Passo di Valparola e sul Passo Giau ce lo testimoniano. La recente scoperta (1999) di alcuni manufatti in selce di chiara tipologia mesolitica (8000-4500 A.C.) in un’area umida a una quota di 2085 metri a Val Visdende in località Coston della Spina da parte di Catello, Cesco Frare e Villabruna, allarga ulteriormente l’area di ricerca. Nell’anno seguente gli stessi ricercatori, su pianori erbosi situati al limitare dell’area boschiva a Pian dei Buoi, a Dignas e in val Digon, hanno recuperato materiali mesolitici dimostrando che l’intero Cadore ad alta quota era ben conosciuto dagli antichissimi cacciatori che qui trovavano le migliori occasioni di riempire il loro carniere.


Nella val Fiorentina per la prima volta nel Veneto è stata documentata la presenza di siti stagionali d’alta quota dell’eneolitico (ca. 3000 A.C.). Nel Museo di Selva di Cadore sono custoditi frammenti di vasi della terza fase delle Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, scodelle e strumenti litici e una grande olla. Sul passo Mauria e a Venas sono stati rinvenuti due martelli in pietra che la Carta Archeologica del Veneto data al la metà del III-metà del II millennio A.C. Bisogna poi andare ai ritrovamenti di Crodola a Domegge ; un falcetto e un’ascia ad alette bronzei datati al bronzo recente-bronzo finale (XIII-XII secolo A.C.). Nel 1996 lo scavo del supermercato di Tai ha portato alla luce a m.1,7 di profondità alcune buche di palo su un suolo antropizzato con frammenti ceramici datati al IX-X secolo A.C. (forse un villaggio?). La recente indagine a Pozzale sembra portarci verso lo stesso periodo. Ma è nel V-IV secolo A.C. che si trovano le tracce di diffusi e importanti insediamenti in Cadore; i motivi potrebbero andare ricercati nella abbondante presenza di minerali e di legname di ottima qualità oltre alla posizione di confine tra le aree venetiche (Altino alla foce di un paleoalveo del Piave ), celtiche (Gurina nella valle della Gail), retiche (Sanzeno in val di Non). Gli scambi e le influenze con i Reti, i Celti e l’area fino all’Istria sono ben documentate dai bronzetti, dalle armi, dai corredi funerari e dai materiali di Lagole per i riti. Reperti sono segnalati a Valle, Pieve, Lozzo, Calalzo, Domegge, Auronzo; le necropoli scoperte a Lozzo , Pozzale e Valle testimoniano l’occupazione di tutto il Centrocadore. Il luogo di culto di Lagole, attivo dal IV A.C. al IV D.C., probabilmente fu il punto d’incontro e di commercio di tutto il Cadore. Il monte Calvario ad Auronzo, attivo quantomeno dal II A.C. al III D.C., e la stipe votiva di Rusecco a Valle dimostrano che i culti erano diversificati, con influenze esterne ben prima dell’arrivo ufficiale dei Romani. Le numerose iscrizioni in tutto il territorio del Cadore (ultime in ordine di tempo quelle di San Vito a 2000 metri di quota) fanno pensare a insediamenti con un ordinamento sociale e religioso complesso, tale da richiedere l’uso della scrittura. Le sepolture diversificate presenti nelle necropoli cadorine, alcune con stele iscritte e altre con corredi molto ricchi, dimostrano una gerarchia.

Un’altra testimonianza di una struttura sociale complessa sono le numerose armi ritrovate sia nelle sepolture che in altri contesti. Uno studio della dottoressa Gambacurta sull’elmo di Vallesella afferma che si trattava di una tipologia locale con influenze celtiche d’oltralpe, lasciando quindi immaginare una attività metallurgica in loco già nel IV A.C., come d’altronde gli esami del prof. Molin dell’università di Padova sugli oggetti in metallo del monte Calvario dimostrano con certezza, sia pure per un’epoca molto più tarda (II D.C.). Sicuramente c’erano contatti con la valle della Gail, come dimostrano le lamine bronzee iscritte in venetico ritrovate poco sotto il Monte Croce Carnico contenenti probabilmente un ringraziamento a una divinità per l’avvenuto passaggio delle Alpi e gli oboli del Norico (piccole monete in argento usate dal I A.C. al I D.C.), scoperte nel santuario del Calvario e a Lagole. Vista la situazione orografica è possibile ipotizzare altri valichi verso la Gailtal, sia da Sappada che da val Visdende, che da val Digon. Mentre tempo fa si spiegava l’insediamento di Gurina per la presenza di minerali, oggi si aggiunge che era fondamentale una linea commerciale che dalla Germania portava fino all’Italia. Il culto di Ercole, dio dei commercianti, comune a entrambi i santuari, è un altro interessante indizio. Resta il dubbio se ci fosse una vera e propria comunità veneta nella Gailtal; solo nuove ricerche potranno chiarirlo. Se pensiamo che ad Auronzo, Lagole, Castellavazzo, monte Altare (Vittorio Veneto), Villa di Villa (Cordignano) si sono trovate monete d’argento del Norico ecco che si delinea un percorso che segue il Piave per poi passare nel Cansiglio per sbucare nella pianura veneta. Tale percorso, oltre ad essere più breve di quello per la Valbelluna e Feltre, consentiva di rimanere nei territori controllati dai Veneti senza incontrare i Reti. Le Alpi non erano quindi un ostacolo insuperabile, ma bensì un luogo di incontro e di scambio, dove diverse culture si confrontavano.

Decidere quando e come i Veneti (Cadorini) vennero “romanizzati” non è un’impresa semplice; se da una parte le ultime scoperte archeologiche hanno dimostrato che la moneta romana cominciò a circolare già nel II sec. A. C., dall’altro lato hanno anche dimostrato una coesistenza dei reperti veneti con quelli romani almeno fino al II sec. D.C. e lo stesso vale per la scrittura. Andrebbe quindi rivista anche la questione dei materiali di Lagole, dove si trovavano reperti romani in strati inferiori a quelli veneti; forse non si trattava di crolli degli strati gessosi ma di un uso degli oggetti venetici molto più prolungato nel tempo. Lo scavo del monte Calvario ha rimesso in discussione la data della sostituzione della scrittura venetica con il latino (ca. I sec. A. C.); oggetti iscritti in venetico sono in strato con monete del II sec.D.C. Questa situazione sembrerebbe confermata da una patera (piatto) del II sec. D.C. trovata in Carnia con un’iscrizione in venetico. La persistenza del venetico nell’area alpina potrebbe essere spiegata con il suo uso in un’area molto estesa, che andava dal Veneto all’Austria e all’Istria comprendendo tutto il Friuli Venezia Giulia; una lingua e scrittura che permetteva di commerciare a popolazioni di etnia diversa e che quindi non poteva essere sostituita facilmente dal latino. Una durata maggiore del venetico consentirebbe inoltre di spiegare la nascita della scrittura runica, come già ipotizzato da alcuni studiosi. D’altra parte la presenza di denari d’argento romani, la paga del legionario, fin dal II sec. A. C. ad Auronzo, Lozzo, Pieve, testimonia i precoci contatti con Roma. Va anche segnalata la presenza di una moneta di Tolomeo V (204-180 a.c.) ad Auronzo (Gianni Pais), indice di commerci con Aquileia che fu dalla fondazione (181 a.c.) il porto preferito per i commerci con Alessandria d’Egitto (Gorini). Abitazioni di tipo romano sono attestate dal I sec.d.c. a Pieve, Valle e Lozzo, fra cui alcune con riscaldamento ad ipocausto, indice di ricchezza. L’unica gens attestata in Cadore, grazie alla lapide trovata a Valle, è quella dei Saufei, appartenenti alla tribù Claudia. I Saufei provenivano da Preneste (Lazio) ed erano la famiglia più importante della città almeno fino alla guerra civile (82 a.c.); in seguito non si trovano più esponenti della famiglia in incarichi importanti. Un ramo della gens si trasferì a Roma, dove un Lucio Saufeio fu nominato magistrato monetale (165-150 a.c.). Al museo di Pieve alla fine dell’Ottocento era esposta una sua moneta (Antonio Genova, vedi bibliografia) trovata in Cadore, un’altra è stata rinvenuta a Sedico.

A Roma in età repubblicana non raggiunsero spesso incarichi di rilievo (due tribuni e un questore). La gens si dedicò poi ai commerci; i Saufei erano presenti a Delo, Minturno, Atene, Toscana e si occupavano di vari commerci, fra cui quello degli schiavi. In età imperiale sono presenti ad Aquileia, Verona, Vicetia, Tarvisium, Patavium, Altinum. L’iscrizione di Valle è stata datata al II sec. D.C., il che non esclude che i Saufei fossero presenti ben prima sul posto. Vista la lapide si ritiene che il nostro territorio facesse parte anche del municipium di Iulium Carnicum, che era assegnato alla tribù Claudia. Non esiste però nessuna iscrizione che colleghi direttamente il Cadore a Iulium Carnicum, tant’è che lo il prof. Carlo Anti ipotizzò che a Valle fosse situato il municipium di Berua, che non è ancora stato rintracciato. Quando si trovò un’iscrizione che sembrava assegnare Berua alla tribù Scapzia il discorso sembrava chiuso; si disse che le possibili sedi erano Vicenza o Bolzano. Ma recentemente un’altra iscrizione ha definitivamente assegnato Berua alla tribù Claudia, eliminando il conflitto con la lapide di Valle. Un altro indizio sono le iscrizioni confinarie sul Civetta che riportano FIN-IUL-BEL ( confine tra Iulienses e Bellunati). Pochi anni fa il prof. Gregori ha ipotizzato altre spiegazioni per queste iscrizioni e ha ritenuto non sufficientemente provata l’appartenenza del Cadore a Iulium Carnicum. In ogni caso va sottolineato che la grande distanza (fino a km.70) fra il nostro territorio e il municipium avrebbe comunque portato a concedere una qualche forma di autonomia nell’amministrazione. Probabilmente una delle maggiori fonti di guadagno per il Cadore era il legname, dal momento che le grandi strutture termali richiedevano quantità enormi di legname; l’iscrizione di Belluno su Carminio Pudente, protettore dei dendrofori (trasportatori di legname) e dei Catubrini lo dimostra. L’allevamento di ovicaprini, bestiame, cavalli è dimostrato dai reperti ossei del monte Calvario e di Lagole; non sono presenti pollame e maiali. Gli animali selvatici fornivano le pelli e le pecore la lana, le mucche il latte. L’agricoltura dava magri raccolti di foraggio e probabilmente molta frutta, fra cui grappoli d’uva. Probabilmente gli uomini migliori diventavano soldati di professione e, se ritornavano, portavano piccole ricchezze. Lo sfruttamento dei giacimenti minerari non è attestato, i romani preferivano importare quantità enormi di metalli dall’estero, come tasse o a prezzi molto bassi. Ma poi cominciano gli attacchi dei “barbari” al limes e le Alpi diventano per i Romani una trincea. Nel 260 l’imperatore Gallieno decide di fortificare le Alpi, probabilmente con una serie di torri di avvistamento e piccole guarnigioni, che dovevano avvisare la pianura in tempi rapidissimi e permettere di preparare le difese. La presenza di queste guarnigioni sicuramente portò un certo guadagno alle popolazioni locali, oltre ad un minimo di protezione. Infatti non risultano tracce archeologiche di distruzioni in Cadore; le strutture di età romana sembrano tutte abbandonate e spogliate già in antico. Rimangono dei dubbi sulla situazione dei santuari pagani; abbandonati o distrutti con l’avvento dei cristiani? Le leggende sugli scontri tra pagani e cristiani sembrerebbero portare verso la seconda ipotesi, ma le prove archeologiche ancora non sono evidenti. Per quanto riguarda le vie di comunicazione non prendiamo posizione sulla Claudia Augusta ( da Altino al Danubio); ci limitiamo a notare che una via dalle nostre montagne ad Altino lungo il paleoalveo del Piave esisteva da molto prima dei Romani e che era ovvio migliorare le piste esistenti piuttosto che costruirne di nuove (vedi le scoperte sulla via Annia), che i Saufei, gens di commercianti, sono attestati in Cadore e ad Altino, che lungo la Valsugana i reperti archeologici diminuiscono proprio nel periodo in cui la Claudia Augusta dovrebbe attraversarla, che il de Bon le sue ricerche le ha fatte sul campo, ecc. Detto questo comprendiamo che i finanziamenti miliardari ottenuti con i progetti europei non aiutano a una discussione serena; come sempre saranno le scoperte archeologiche a chiudere la questione.
Negli ultimi anni gli storici hanno sempre più contestato il 472 come data d’inizio del Medioevo, dal momento che in realtà l’impero romano come ente che controllava il territorio scompare molto prima in molte zone d’Italia. Da questo punto di vista non abbiamo molte indicazioni archeologiche o letterarie per il Cadore; le monete del V secolo sono davvero poche, il che farebbe pensare che l’esercito romano non fosse più qui. Le leggende sulle distruzioni di Attila nel 452 a Gogna, Pieve e in altre località, lascerebbero pensare che qualche passaggio di popolazioni “barbare” ci sia stato, ma non sono rimaste evidenze archeologiche di questo. Le abitazioni romane appaiono abbandonate già nel IV secolo a Lozzo, Pieve e Valle; solo la casa di piazza Vigo e lo scavo di piazza Santa Giustina ad Auronzo testimoniano la continuità dell’insediamento e di rapporti con il Norico. Alcuni studi recenti in Carnia hanno ipotizzato che con l’aumento del pericolo di invasioni nel Norico una parte della popolazione si sia progressivamente spostata sull’altro versante delle Alpi, facendo aumentare i residenti. (Archeo n.). Della presenza di Goti nel V secolo non ci sono prove, mentre l’influenza longobarda nel VI-VII secolo è dimostrata dai materiali delle sepolture di Domegge, Pieve ed Auronzo. Se poi il Cadore appartenesse o no a qualche ducato è materia di discussione. Alcune fonti narrano di un vescovado ad Auronzo, ma non è provato. Alla fine dell’ottavo secolo i Franchi conquistano il Veneto; il territorio viene diviso in marche e contee ma anche in questo caso abbiamo ben poche notizie sulla nostra zona. Nel 923 Berengario I assegna al vescovo di Belluno le decime del Cadore, riscosse dalla chiesa di san Salvatore. In un diploma di Ottone II databile tra il 923 e il 974, ritenuto falso, ma in realtà autentico con delle frasi fasulle inserite successivamente, è contenuta la prima citazione del comitato del Cadore (Dolcini in “Uso dei valichi alpini orientali dalla preistoria ai pellegrinaggi medievali”). Prima del 1140 vengono creati i falsi diplomi di Ottone I e Tassilone, che citano toponimi cadorini. Nel diploma di Corrado II del 1140 si cita per la prima volta la nostra contea. Nel 1175 i Da Camino acquistano Botestagno da Rampreto, signore di Welsberg ( Pusteria). La prima menzione di diritti caminesi sul Comelico è del 1186; nel 1235 i Da Camino promulgano gli statuti delle regole cadorine. A questo punto il loro dominio è completo. Poi subentra il Patriarcato di Aquileia che dura fino al 1420, quando il Cadore si sottomette alla Repubblica di VeneziaFino a dieci anni fa la val d’Ansiei non aveva evidenze archeologiche che potessero far pensare ad un popolamento in età romana ne tantomeno prima. Benchè uno storico del 1600, Giovanni Candido, nel resoconto di un suo viaggio tra Friuli e Cadore, scrivesse “Auronzo dove molte vestigia d’antichità veggonsi” la memoria ne era scomparsa. Alcune monete romane da M. Aburio (129 a.c..) a Gallieno (260 d.c.-268 d.c.) senza contesto e una notizia di una punta di lancia celtica a Gogna non consentivano agli storici locali di pensare a insediamenti; solo il de Bon ne pareva convinto e in seguito Gianni Pais. Seguendo appunto le indicazioni del Pais il Gruppo cominciò a sorvegliare i lavori in alcune aree; e fu così che presso la casa Molin in via Tarin, grazie alla benevolenza del proprietario, si trovarono le prime prove di strutture di età romana. Da quel momento le scoperte si susseguirono con ritmo incalzante, fino a delineare un quadro assolutamente inedito; oggi possiamo affermare che la val d’Ansiei (toponimo che non ha ancora spiegazione) era abitata sicuramente fin dal 200 a.c. e che continuò ad esserlo ininterrottamente fino ad oggi. La scoperta del santuario del monte Calvario fa pensare che l’insediamento preromano principale fosse fra piazza Santa Giustina e il monte, ma che comunque lungo la valle ci fossero più nuclei abitativi, come la scoperta di Giuseppe Pais a Gogna lascia supporre. I racconti popolari parlavano anche del “porteà (cimitero) dei pagane” a Malon (m.1300); le ricerche di Elio Vecellio Galeno hanno dato la conferma archeologica, dal momento che sono stati rinvenuti frammenti di vasi in terracotta che sono allo studio in Soprintendenza. Nel sito sono visibili imponenti muri a secco che circondano un rialzo del terreno che domina le scarpate sottostanti, mentre su un lato presentano imponenti terrazzamenti (fino a m.3 di altezza) la cui origine era sconosciuta tanto che si decise di chiamarli “i altare dei pagane”. Si dice anche che nelle vicinanze esista “la pera dei pagane” con incisioni e disegni; le ricerche non hanno dato esito. Si racconta che fosse anche visibile il percorso “dell’acquedotto dei pagane” fatto con tronchi d’albero scavati e sistemati su un sentiero con pendenza costante. L’unico reperto esistente era una moneta di Giulia Mamea (253 d.c.), trovato nel 1932. Se per il periodo protostorico ci sono molte incertezze sugli abitati, per quello romano si sa ormai con certezza che tutta l’area da piazza Santa Giustina a piazza Vigo, dove è stata rinvenuta un’abitazione romana grazie alla sorveglianza del Gruppo, era abitata; le strutture di grandi dimensioni di Santa Giustina con la strada acciottolata fanno pensare che lì fosse il centro dell’insediamento. Un reperto interessante che può far ipotizzare un controllo dei valichi ad alta quota è segnalato nel libro di Gianni Pais “Auronzo terra di frontiera”; si tratta probabilmente di un fermamantello da portare sul petto. Interessanti sono anche le monete di Villapiccola; presso la chiesa sono state rinvenute, durante la costruzione della chiesa, 6 monete di bronzo che coprono tre secoli (27 a.c-211 d.c.), indizio o di un tesoretto o di un abitato. Quasi di fronte alla chiesa, dall’altra parte del lago, venne ritrovata una moneta di Augusto durante i lavori di costruzione della strada lungolago; un testimone ci ha raccontato che non si trattò di un rinvenimento casuale ma che si era distrutto un tumulo di pietre che conteneva anche ossa umane. Probabilmente si trattava di una sepoltura; purtroppo non si fece caso se ci fossero stati frammenti di vasi o armi.
Fonte: elaborazione Giovanni Zandegiacomo su dati da Jacopo Marcer.
Nota 1: nel computo è stata inserita una moneta tolemaica (205-180 a.c.) trovata a Tarin e pubblicata da Gianni Pais Becher.
Nota 2: le monete del Norico vanno considerate tra I A.C.-I D.C., in attesa di studi più precisi.
Pur nei limiti della documentazione va notato che dal I a.C. al I D.C. si raggiungono i picchi dei rinvenimenti, a cui segue una flessione nel II D.C. Nel III e nel IV D.C. i numeri rimangono costanti mentre dal V in poi non ci sono dati.

 

L’IMPEGNO DEL GRUPPO ARCHEOLOGICO CADORINO

Uno dei compiti del Gruppo Archeologico Cadorino è stato quello di fornire opera di volontariato negli scavi .
La nostra “prima volta” è stata a Valle di Cadore nel 1997 in un’area che avrebbe potuto essere interessata da una circonvallazione. L’associazione attraverso il suo presidente Giancarlo Arnoldo fece presente al comune che in quell’area si sarebbero potuti trovare reperti archeologici vista la vicinanza a altri siti. Un sondaggio preventivo avrebbe risolto il problema con poca spesa. L’idea fu accettata dal comune e dalla Sovraintendenza e si procedette. Il nostro secondo intervento è stato ad Auronzo in seguito al fortuito ritrovamento di una moneta romana imperiale vicino a un muro in pietra durante uno scavo per una tubatura. Nella stessa zona era stata ritrovata una moneta in bronzo di Gallieno nel 1932. Quando il proprietario del terreno decise di effettuare dei lavori chiedemmo di seguirli e a circa 80 cm. di profondità comparvero i primi reperti. Furono subito avvisati la Sovraintendenza e il Comune, che decise di finanziare uno scavo archeologico. La partecipazione dei soci fu veramente numerosa; oltre quindici iscritti hanno prestato la loro opera creando così un grande interesse nella popolazione. Nel maggio 2000 i lavori di risistemazione della piazza Santa Giustina ad Auronzo hanno portato alla luce strutture murarie ; la Soprintendenza è subito intervenuta e in quaranta giorni lo scavo è stato quasi completato. Successive scoperte hanno prolungato le ricerche nella piazza; ad agosto ci sono stati altri venti giorni di scavi con i fondi della Soprintendenza, ma si è reso necessario un prolungamento ad ottobre. Tuttavia non si riuscì a completare l’indagine, che riprese a giugno 2001, per terminare nell‘autunno. I soci che hanno collaborato allo scavo sono stati oltre trenta ; va ricordato il grande contributo di Gianni Pais , che ha identificato le prime strutture ed è stato presente per oltre venti giorni per tutta la giornata. Nel settembre 2000 è stato effettuata la prima parte dello scavo di Pozzale, dove è stato individuato un abitato protostorico. Nel mese di ottobre 2000 si è anche proceduto ai saggi di scavo a Valle per la presentazione di un progetto europeo per percorsi turistico-culturali da parte del Comune. Nel mese di luglio 2001 l’attività di sorveglianza del territorio del Gruppo ha portato a ritrovamenti ceramici di età romana in via Corte ad Auronzo, dove lo scavo successivo ha individuato una struttura di età romana. Nel settembre 2001 è cominciato l’indagine sul monte Calvario ad Auronzo, importante sito paleoveneto. Questo è stato il primo scavo organizzato dal Gruppo, grazie al finanziamento della Fondazione Cariverona, della regione Veneto e dell’associazione. I risultati sono stati eccezionali; è stato individuato un santuario paleoveneto. Nei mesi di giugno e luglio 2002 è stata terminata la prima campagna sul Calvario; nei mesi di ottobre e novembre si è effettuata la seconda campagna, finanziata dalla regione Veneto e dal Gruppo. Nell’estate 2004 il gruppo ha organizzato la terza campagna di scavi finanziata dal comune di Auronzo, la Fondazione Cariverona e la regione Veneto. Nell’estate 2004 alcuni volontari del Gruppo hanno partecipato a uno scavo d’emergenza a Domegge in una necropoli altomedievale. Nel corso del 2004 e nel 2005 alcuni soci hanno fornito il loro aiuto per il recupero e la valorizzazione della struttura romana presso il municipio di Pieve.
Lo scavo di Tarin è stato effettuato nel giugno 1999 sotto la direzione della Sovraintendenza di Padova rappresentata dalla dottoressa Cangemi, assistita sul campo da Davide Pacitti. La zona è posta su un terrazzamento di un declivio fluviale dell’ Ansiei ,che dà il nome a tutta la valle. Il sito è molto soleggiato ed è posto a poca distanza dalla chiesa di Santa Giustina. In tre settimane di lavoro è stato aperto un settore di terreno di circa 60 mq. ,portando alla luce una struttura muraria di sette metri di lunghezza che prosegue in direzione est-ovest. Il muro ha un’altezza di un metro ed presenta un crollo facendo quindi supporre un’elevazione maggiore. Nella terra di scavo sono stati rinvenuti molti frammenti di terracotta appartenenti a vasi di varie dimensioni e forme. I colori vanno dal rosso-bruno al grigio con presenza di ceramica nera fine. Sono state raccolte una decina di monete di bronzo e d’argento che vanno dal secondo al quarto secolo dopo cristo, ma soprattutto un piccolo rettangolo di bronzo con due incisioni oblique convergenti. Forse si tratta di un aes ossia di un’unità di scambio usata prima dell’introduzione della monetazione. Inoltre sempre negli strati superficiali sono stati rinvenuti due oggetti probabilmente preromani; un ago in bronzo e un ardiglione di fibula a testa d’anatra di dieci centimetri . Sono presenti più accrescimenti pavimentali quindi la frequentazione del luogo si è protratta almeno per alcune decine d’anni. Le monete vanno dal I sec. D. C. al 364 D.C.
Lo scavo è stato effettuato su un grande prato posto a valle dell’abitato, dove si ipotizzava potesse esserci una necropoli perché alcune foto scattate dall’alto in primavera quando l’erba era bassa evidenziavano due circoli di circa dodici metri di diametro e un’altra dozzina di cerchi più piccoli, dai due ai tre metri di diametro .
La cosa era stata segnalata dal signor Milo Mazzucco, appassionato di archeologia e scopritore del villaggio di Paluch a Ospitale.
Il Comune di Valle stava esaminando l’ipotesi di far passare su quel terreno la circonvallazione del paese ed era quindi interessato a sapere se ci fossero strutture che potessero creare problemi alla strada. La Soprintendenza ha accettato il progetto e nell’ottobre del 1998 si è incominciato a scavare nel punto dove i due circoli più grandi si toccavano, sotto la direzione di Paolo Michelini . La trincea di sei metri per due è arrivata fino a una profondità di tre metri e mezzo . A due metri è stato scoperto un muro a secco in senso nord sud, mentre a tre metri è stata trovata una buca rotonda piena di carboni. Il terreno vicino alla buca era stato esposto all’aria, quindi poteva trattarsi di una superficie poi coperta da alluvioni, visto la presenza di materiali fluviali negli strati superiori. Nella terra di scavo era stata rinvenuta da Giancarlo Arnoldo una fusaiola in piombo. Purtroppo non è stato possibile capire il motivo di questi misteriosi circoli sul terreno, ma è stato appurato che non sussistono strutture murarie che ne siano l’origine.
Il recupero “in extremis” a Pozzale di testimonianze importanti sulle antiche origini del paese dimostra anche quanto sia difficile intervenire sui cantieri edili, dove per interessi economici , non dico speculativi, non si pone alcuna attenzione al terreno che si ferisce e si asportano metri cubi di materiale senza indagini preventive o consulenze archeologiche. Riuscire in questa situazione a salvare dalle ruspe siti archeologici nascosti e sconosciuti è impresa aleatoria, tanto più che i cantieri sono interdetti ai non autorizzati. Pozzale è noto come antico insediamento dell’età del ferro e i suoi ritrovamenti sono tra i primi avvenuti in Cadore (1821), eppure negli ultimi anni all’interno del paese si sono operati consistenti movimenti di terreno a seguito di lavori edili, ma incredibilmente non è venuto alla luce alcun reperto, se si escludono gli scavi per il metano seguiti dalla Soprintendenza. Purtroppo questa è una situazione che si ripete anche in altre realtà simili in Cadore e deve far riflettere sul fatto che la vera tutela dei beni archeologici sta più nella sensibilità dei cittadini che non nella vigilanza delle autorità competenti. La recente scoperta a Pozzale è avvenuta in un cantiere aperto per la realizzazione di un piccolo parcheggio comunale in via Sopracolle, per migliorare la viabilità. Lo sbancamento è stato realizzato verso monte sul lato sinistro della strada che sale alle ultime case del paese e che poi prosegue per “le Ville”. Passando sul posto alcuni soci del Gruppo hanno notato consistenti carboni , che marcavano vistosamente la sezione di terra portata in luce, con una spessa e lunga striscia nerastra a circa un metro di altezza dal piano di scavo sopra la massa di argilla. Avvicinatisi per studiare più da vicino il terreno, hanno trovato sulla parete più corta, subito a destra dell’angolo nord dello scavo, assieme ai carboni, tre piccoli frammenti di ceramica nera di grosso spessore, il cui impasto inglobava piccole impurità, che apparivano come puntini bianchi. Vi erano anche pezzi di ossi di qualche animale come probabili resti di pasto. Sulla parete più lunga, quella parallela alla strada e posta contro il declivio, pressappoco a metà e sempre a un metro dal piano di scavo c’erano dei sassi di grosse dimensioni, che potrebbero essere un’opera di drenaggio sezionata dalla ruspa. Costituivano anche il limite di quello che a prima vista poteva sembrare l’area di un’abitazione, ma poteva anche essere una necropoli distrutta dai lavori o altro; dal tipo di ceramica si poteva presumere dell’età del ferro. Questo sito occupava la metà superiore del cantiere, l’altra metà sottostante era invasa da un accumulo notevole di sassi di piccole dimensioni, tra i quali vi era anche qualche coccio di vaso di epoca recente, probabilmente una discarica agricola. Immediatamente veniva avvertito il dott. Roberto Granzotto, sindaco di Pieve, che con grande sensibilità e coscienza contattava all’istante il responsabile del cantiere e concordava la sospensione temporanea dei lavori. Contemporaneamente si informava la Sovraintendenza .Questo avveniva la sera del 16 settembre, appena in tempo, perché era prevista per il giorno dopo la realizzazione della scogliera di grossi macigni per il contenimento della scarpata, che avrebbe coperto ogni traccia e impedito ulteriori ricerche. Da allora c’è stato un intervento di Eugenio Padovan per la Sovraintendenza, che con gli operai dell’impresa ha proceduto alla pulizia delle sezioni. Sono venuti alla luce altri frammenti ceramici dello stesso tipo dei primi e appena a monte del presunto drenaggio è apparsa la sezione di una buca di palo, che sembra confermare l’ipotesi di una struttura abitativa, posizionata contro il declivio. In seguito c’è stato il sopralluogo della dottoressa Cangemi della Sovraintendenza, che si è dimostrata interessata al sito. Nell’autunno del 1999 è stato effettuato parzialmente lo scavo; sembra si tratti di un’abitazione, dal momento che si sono trovate delle buche di palo, ma soltanto la continuazione in piano potrà chiarire la situazione.       (DC, primi anni 2000)

 

 

NOTA: Approfondimenti nelle pagine LUOGHI

 

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Scavi, scoperte occasionali e nuova documentazione in Cadore dal 1996  (in aggiornamento)

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AURONZO DI CADORE

struttura di età romana a Tarin

abitazione di età romana, chiesa altomedievale, chiesa medievale, altre strutture a Piazza Santa Giustina

Abitazione di età romana a Piazza Vigo

Strada romana a Gogna

Terracotte di età romana in via Roma

Area sacra a monte Calvario dal II A.C. al V D.C.

VIGO DI CADORE

col Ciampon terracotta

DOMEGGE DI CADORE

sepoltura longobarda con pettine

scavo in corso con probabili fornaci per la terracotta sul lago Vallesella

teschio vicino alla piazza centrale durante scavi del Bim metano

PIEVE DIC ADORE

allargamento area archeologica delle villa romana

terracotta età del ferro nel parcheggio a Pozzale

terracotta e capanna età del ferro al supermercato a Nebbiù

sepolture medievali vicino chiesa Santa Maria

ossa iscritte in venetico e reperti davanti bar Tiziano

terracotta XII-X A.C. dietro casa del Tiziano Vecellio

ponte antico sotto strada località la Stua

VALLE DI CADORE

allargamento scavo casa romana scoperta da Enrico de Lotto

terracotta e fusaiola in piombo a Pian da Val

Strutture nell’area per case popolari a Pian da Val

SAN VITO DI CADORE

moneta romana presso chiesa san Floriano

casa romana sulla curva inizio paese

villaggio romano via Matteo Ossi

pietre con iscrizioni in venetico a Mondeval

sepoltura mesolitico e moneta romana Mondeval

SELVA DI CADORE

riparo Mandriz con vaso a bocca quadrata

vari siti mesolitici

SANTO STEFANO DI CADORE-COMELICO

frammenti terracotta V-VII sec. D.C. presso chiesa

COMEICO SUPERIORE

chiesa medievale (Candide)

Montecroce Comelico  struttura  quadrangolare con  torri circolari sui lati  di età  tardoromana

documentazione e segnalazioni non presenti nella Carta Archeologica del Veneto

necropoli longobarda a Valle

statua di Demetra a Pieve

col Palotto a Vigo

necropoli via Trieste a Domegge

chiave o manico di patera e un anello iscritti in venetico da Montericco

sigillo in pietra grigio iscritto in venetico da Castello

scoperte occasionali

terracotte a Malon Basso Auronzo

fibula e monete sulla strada per Casera Razzo

un frammento di lamina bronzea con margherita a Gogna

vari reperti a Gogna (ascia, chiave retica, chiave di età romana, trapano, ecc)

frammenti architettonici vicino alle scuole medie Auronzo

moneta Bersaglio Auronzo

moneta Soccosta Auronzo

moneta II A.C. a Vigo

selci mesolitico in Comelico

selci mesolitico Pian dei Buoi