AURONZO DI CADORE: appunti sulla storia archeologica e sui ritrovamenti

(Ultimo aggiornamento 16 aprile 2020)                                       G. Zandegiacomo S.

Fino al 1996 la val d’Ansiei non aveva evidenze archeologiche che potessero far pensare ad un popolamento in età romana ne tantomeno prima. Benchè uno storico del 1600, Giovanni Candido, nel resoconto di un suo viaggio tra Friuli e Cadore, scrivesse “Auronzo dove molte vestigia d’antichità veggonsi” la memoria ne era scomparsa. Alcune monete romane da M. Aburio (129 a.C..) a Gallieno (260 d.C.-268 d.C.) senza contesto e una notizia di una punta di lancia celtica a Gogna non consentivano agli storici locali di pensare a insediamenti; solo il de Bon ne pareva convinto e in seguito Gianni Pais. Seguendo appunto le indicazioni del Pais il Gruppo cominciò a sorvegliare i lavori in alcune aree; e fu così che presso la casa Molin in via Tarin, grazie alla benevolenza del proprietario, si trovarono le prime prove di strutture di età romana. Da quel momento le scoperte si susseguirono con ritmo incalzante, fino a delineare un quadro assolutamente inedito; ora possiamo affermare che la val d’Ansiei (toponimo che non ha ancora spiegazione) era abitata sicuramente fin dal 200 a.C. e che continuò ad esserlo ininterrottamente fino ad oggi.

La scoperta del santuario del monte Calvario fa pensare che l’insediamento principale fosse fra piazza Vigo e piazza Santa Giustina, con un confine segnato dal ruscello che scendeva dal cimitero di Villagrande, stando almeno alle indicazioni venute dal controllo archeologico dei lavori sul viale di via Roma. Ma comunque lungo la valle erano presenti più nuclei abitativi, come i reperti rinvenuti a Villapiccola e a Gogna lasciano supporre. Oltre piazza Vigo non si sono trovati reperti se non un oggetto interessante sulle pendici occidentali di monte Piana a Misurina che può far ipotizzare un controllo dei valichi ad alta quota (Gianni Pais); si tratta probabilmente di un fermamantello a forma di testa di leone da portare sul petto. Nell’area fra la miniera Argentiera e Palus San Marco abbiamo alcuni toponimi che possono far pensare a una presenza in età romana; Stabin, Stabinrigo, Stabissiane. Il prof. Pellegrini in uno studio scriveva che i toponimi composti da STAB+NOME derivano da stabulum e significano stalla (per ovini, mucche, cavalli). Le leggende vogliono che Stabin fosse abitato dai Pagani e che ci fosse stato un conflitto con i cristiani che alla fine avevano gettato i perdenti dalla rupe presso la fattoria Bombassei. L’area ha dei pascoli meravigliosi, sfruttati dal Medioevo ad oggi.
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VILLAPICCOLA
Durante la costruzione della chiesa di San Lucano nel 1853 sono state rinvenute dal sacerdote 5 monete di bronzo che coprono tre secoli (27 a.C-211 d.C.), indizio o di un tesoretto o di un abitato (G.Ciani). Probabilmente le monete erano molte di più perché è difficile pensare che queste poche monete coprano un arco temporale così vasto. Antonio Ronzon nel marzo 1899 vide un sarcofago di pietra rossa con quattro torrette sulle sporgenze del coperchio presso il vecchio cimitero di Villapiccola e lo trovò simile a quelli romani di Trento. Il sarcofago proveniva dall’ancora più vecchio cimitero che era posizionato intorno alla prima chiesa; purtroppo l’oggetto venne distrutto pochi anni dopo. Quasi di fronte a San Lucano, dall’altra parte del lago, venne ritrovata una moneta di Augusto durante i lavori di costruzione della strada lungolago nel 1932; un testimone ci ha raccontato che non si trattò di un rinvenimento casuale ma che si era distrutto un tumulo di pietre che conteneva anche ossa umane. Probabilmente si trattava di una sepoltura; purtroppo non si fece caso se ci fossero stati frammenti di vasi o armi. Dietro la chiesa si snodava un sentiero che da un lato arriva fino al monte Calvario e dall’altro fino a Padola atrraverso Roncie, Somacea e il passo sant’Antonio. Le leggende locali indicavano Roncie e Somacea come abitate dai “Pagane”. Il de Bon aveva esaminato anche questo percorso nella sua ricerca sulla Claudia Augusta Altinate ma era perplesso per la ripidità di un tratto.

PIAZZA SANTA GIUSTINA

La piazza Santa Giustina è oggi il centro di Auronzo. Dopo anni di discussioni sui progetti, il Comune nel mese di Aprile 2000 comincia i lavori di rifacimento dell’area. Il Gruppo Archeologico raccoglie le testimonianze di molti cittadini che raccontano di ritrovamenti di ossa umane e di opere murarie nonché di reperti durante gli scavi per varie opere pubbliche nel passato. Gianni Pais segnala la notizia che durante alcuni lavori nell’area, parecchi decenni fa, fosse stata trovata una statuetta in oro, poi venduta per pagarsi il viaggio per emigrare in America. Viene informata la Soprintendenza che si reca all’Ufficio Tecnico Comunale per visionare il progetto e avvertire che avrebbe seguito l’iter dei lavori. I primi giorni gli scavi sono seguiti da Gianni Pais Becher, per conto della Soprintendenza di Padova, che nota immediatamente l’emergere di un muro est-ovest che poi fa angolo con un muro intonacato. Alcuni metri più in là si scoprono altri grossi muri, che vengono identificati come i resti della chiesa che dai testi era segnalata già nel 1463. Nella terra dello scavo vengono rinvenute due monete e frammenti ceramici romani.

A quel punto prima di proseguire le opere previste viene richiesta un’indagine archeologica che viene condotta da Davide Pacitti sotto la direzione scientifica della dottoressa Gangemi; i risultati sono notevoli . Si scopre che i primi muri sono i resti di una casa romana con pavimento in terra battuta datata al I secolo d.C. grazie a un frammento di sigillata; i muri proseguono poi sotto il manto stradale. Ad ovest della struttura romana si scopre un piano pavimentale di una dozzina di metri quadri in battuto di calce parzialmente distrutto da alcune sepolture di inumati in bare di legno. Ancora più ad ovest si rintracciano i muri perimetrali della chiesa distrutta nel 1760 per edificare quella attuale; a lato dell’abside viene trovato un mucchietto di monete della Repubblica di Venezia databili circa al 1300, forse un rito di fondazione (una tradizione che è durata fino a pochi decenni fa). Ma le sorprese non sono finite: parallelo al muro perimetrale sud della chiesa, ma più interno, si rinviene un altro muro. Si comprende in seguito che si tratta di un’altra chiesa più piccola; il muro a nord era stato raddoppiato mentre l’abside e il muro a sud erano stati abbattuti per allargare la struttura.

Fra i due muri si scoprono scheletri con fibbie in ferro e piccoli oggetti rotondi in bronzo (forse orecchini); il tutto fa datare le sepolture al 600/700, data anche l‘usanza del periodo di seppellire i morti intorno alle chiese. All’interno della chiesa sotto il pavimento si scavano alcune sepolture con abiti in fili d’oro, probabilmente i sacerdoti. All’esterno della porta della chiesa si rinviene un sarcofago vuoto. Si recupera anche un probabile resto di colonna, forse riutilizzato come acquasantiera.

A nord, dove non sono stati distrutti dal muro della chiesa, si portano alla luce dei pavimenti in battuto di malta con resti di muri lunghi una dozzina di metri intonacati con cocciopesto; probabilmente erano già presenti strutture romane di una certa importanza già prima delle chiese.

A sud si scopre una strada acciottolata larga m.3,30 con due canalette di scolo datata da una moneta di Valentiniano (V secolo d.C.); la strada prosegue sotto la statale. Riassumendo lo scavo documenta quindi una ininterrotta occupazione dell’area a partire almeno dal I sec. d.C. fino ad oggi.

 

 

MONTE CALVARIO.

Monte Calvario Auronzo 1926

Il monte Calvario è una elevazione morenica sul lato nord del paese di Auronzo. Grazie all’esame delle pergamene dell’abbazia di Follina si è potuto appurare che il nome del colle nel 1300 era Casteon. Nel settembre 1999 Giovanni Zandegiacomo Seidelucio ha trovato sul lato nord alcune monete romane imperiali bronzee prontamente consegnate in Soprintendenza. Nella primavera del 2000 sul lato opposto del monte Elio Vecellio Galeno e Marilisa Zandegiacomo Sampogna  hanno rinvenuto due dischi figurati  e  frammenti di lamine iscritte in bronzo e li hanno consegnati all’ente di tutela. Vista l’importanza della scoperta il Gruppo si è attivato per organizzare una campagna di scavi con l’assenso della dottoressa Gangemi, responsabile di zona. Sono stati raccolti i fondi ed è cominciato il viaggio nel tempo. Il sito è un luogo di culto attivo da 2.100 a 1.600 anni fa. Le divinità principali, presenti in tutte le iscrizioni, sono i Maisteratorbhos, mai scoperti in precedenza.

Si sono fatte varie ipotesi; magistrati fondatori dell’insediamento divinizzati (Marinetti), la triade capitolina  (Prosdocimi), una diversa triade composta da Dioniso, Cerere e Proserpina. L’immagine su un disco è stata identificata con Dioniso  per la foglia di vite, il kantharos  e il grappolo d’uva. Sull’altro disco si vede una figura femminile con l’abbigliamento tipicamente venetico della dea  Reitia  ma impugna una tazza e un grappolo d’uva invece della chiave.  Questo ha portato ad ipotizzare che si possa trattare di Libera, la compagna di Dioniso  (Marinetti). Il professor Giovanni Gorini ha notato che l’immagine del “Dioniso” è molto simile a quella di una moneta celtica detta Frontalgesicht (in quanto la testa è di fronte) che è stata ritrovata in molti paesi dell’Europa dell’est e sulle falere di Manerbio . Che cosa può significare questo? Il santuario auronzano era inserito nel mondo celtico? I culti praticati probabilmente prevedevano dei sacrifici di animali, viste le ossa rinvenute, libagioni di vino e offerte alle divinità di oggetti di uso comune (anelli, simpula, fibule, ecc.) oltre a monete e lamine iscritte. Forse c’erano cerimonie legate ai misteri dionisiaci.

Si può pensare che nell’area sacra pernottassero i commercianti che trasportavano le loro merci dal Norico all’Italia lungo il percorso del Piave. Una delle strade entrava da  Aguntum in Pusteria per poi passare il Montecroce Comelico e scendere ad Auronzo. Forse esisteva un’altro percorso da Gurina. Una delle prove è la  numerosa presenza di oboli del Norico ( piccole monete in argento usate dal I a.C. al I d.C.) tra le offerte del santuario cadorino e che poi si ritrovano lungo il Piave (Auronzo, Lagole, Castellavazzo, monte Altare (Vittorio Veneto), Villa di Villa (Vittorio Veneto), Oderzo, Lova di Campagna Lupia (Venezia), Altino. Le offerte monetali ad Auronzo vanno dalla fine del II A.C. al IV d.C.; le più antiche sono denari d’argento poi si passa ai sesterzi per arrivare alle piccole monte bronzee. Con il passare dei secoli sembra diminuire il valore delle offerte. Si è scoperta un’unica statua di cm.6 raffigurante Giove, che trova un preciso confronto a Vienne la Ville in Francia ma di probabile produzione germanica (Gangemi). Si tratta di statuette che venivano fatte in serie e adattate con attributi diversi (fulmine, scettro, ecc.) per la divinità a cui veniva offerto l’oggetto. L’area di diffusione è molto vasta. Ma nel santuario c’era anche un’attività metallurgica; lo provano una scoria di lavorazione bronzea e un lingotto di piombo. La datazione al radiocarbonio di un frammento di legno connesso con la scoria ha dato 185 d.C.(+-50). Un’analisi dei dischi e di una lamina ha portato a concludere che per facilitare la lavorazione si usava più o meno rame nel bronzo; nelle lamine il rapporto rame/stagno era di 10/1, nei dischi 16/1.Questo perché le lamine venivano decorate con la percussione mentre per i dischi si era ricorsi anche all’incisione. Inoltre si è appurato, attraverso lo studio degli isotopi, che il piombo del lingotto non proveniva da filoni locali ma era un misto di varie zone; il classico piombo romano importato. La scoria aveva degli inclusi di piombo; gli isotopi erano gli stessi del lingotto.

Un capitolo assolutamente importante è quello delle iscrizioni; come a Lagole è molto elevato il numero di oggetti iscritti rispetto al totale dei ritrovamenti. Le sorprese non sono mancate anche dai testi; sulle monete romane di II d.C. si trovavano lettere attribuibili o al venetico o al latino arcaico! (Marinetti). Entrambe le ipotesi sono una novità; se da un lato  ipotizzare scriba che utilizzavano il latino arcaico in Cadore in quel periodo è davvero strano dall’altro bisognerebbe  ammettere che il venetico continuava ad essere usato due secoli dopo la sua scomparsa! Di certo i Maisterator mantenevano lo stesso nome anche nel II d.C..Il professor Prosdocimi ne ha dedotto che la scuola scrittoria del santuario è stato l’anello necessario per spiegare la comparsa dell’alfabeto runico, che ha dato origine alle scritture di tutto il nord Europa. L’esame delle iscrizioni lo ha portato a concludere che l’alfabeto runico è nato proprio in area alpina, tra il I e il II sec. d.C. , quando si compie un’operazione di recupero dell’alfabeto venetico in piena età romana. La motivazione di questa operazione può essere legata alla stabilizzazione politica delle Alpi, che in altre zone avviene in maniera sanguinosa con le conquiste di Druso. Le scuole di scrittura cadorine rielaborano l’alfabeto latino e quello venetico ma non si spingono oltre accettando di entrare nella civiltà romana; una testimonianza in questo senso è data dall’iscrizione di Lagole fatta in  caratteri venetici da un liberto (uno schiavo affrancato), figura tipicamente romana.  Dall’altro lato delle Alpi le iscrizioni in venetico della valle della Gail e degli elmi di Negau testimoniano i precoci contatti con le popolazioni germaniche, che probabilmente potrebbero aver elaborato l’alfabeto runico a partire dal venetico e dal latino ma trasformandoli completamente proprio per rafforzare la propria identità di fronte all’avanzata dell’impero romano, come è avvenuto con i Celtiberi in Spagna.  Ma non è finita qui dal momento che una delle parole su un simpula si può leggere solo facendo riferimento a una lingua centritalica (sabellico)!. Va anche segnalata una lamina in argento di cm.7×6 a forma di naiskos (piccolo tempio) con una raffigurazione di due divinità che compiono un atto di libagione; è un indizio di offerenti di una certa ricchezza.  Sull’oggetto ci sono anche alcune iscrizioni; una è la formula  romana di offerta “v s l m” (votum solvit libens merito), l’altra è forse una F, e poi un’altra scritta da decifrare.

Per quanto riguarda le strutture in una prima fase in età tardo repubblicana è stato costruito un muro semicircolare quasi sulla sommità del colle; sembra ci fosse anche una palizzata. Successivamente all’interno dell’area del muro il terreno viene abbassato di parecchi metri per realizzare una stanza di circa sette metri per sei in pietra locale con pavimentazione in cubetti di cotto e intonaco in cocciopesto idraulico con angoli arrotondati . La stanza sembra quindi destinata a

cisterna. I muri si conservano per un’altezza di oltre un metro. C’è anche una scala di grandi pietre grezze sul lato ovest del colle, composta di almeno cinque scalini. Si è anche riusciti probabilmente ad individuare la strada d’accesso, che saliva lungo i fianchi ovest e sud. Ora la struttura è stata interrata per favorirne la conservazione.

 

 

PIAZZA VIGO
L’attenta opera di sorveglianza del territorio da parte del gruppo Archeologico Cadorino ha portato ad una nuova scoperta ad Auronzo: nelle immediate vicinanze di Piazza Vigo sono stati portati in luce i resti di una casa romana. Il toponimo Vigo deriva dal latino “vicus”, con cui si intende un piccolo insediamento. Notizie frammentarie ci segnalavano rinvenimenti o distruzioni in quella zona (forse un mosaico). Durante la costruzione dell’asilo quasi un secolo fa erano stati ritrovati due cadaveri in posizione fetale e alcune monete non meglio precisate; anche sotto l’edificio che oggi ospita la Banca Intesa ( dieci metri a est dell’asilo) erano stati recuperati dei corpi , nonché sotto gli edifici a sud lungo la strada che porta al lago. Quei terreni avevano un basso valore proprio perché la gente non li acquistava sapendo che sotto c’erano dei morti ; con l’andar del tempo si è poi costruito anche lì. Secondo le spiegazioni popolari erano i morti della grande frana che nel 1600 sarebbe scesa da Pais, arrivando fino al lago. La frana è una realtà storica ma il percorso seguito potrebbe anche essere diverso. Quindi non appena sono cominciati i lavori per la costruzione del marciapiede da piazza Vigo al bar Tiziano Giuseppe Pais Becher ha seguito i lavori e così sono stati recuperati alcuni frammenti ceramici, fra cui i resti di una grande anfora. L’intervento del funzionario della Soprintendenza Eugenio Padovan ha permesso di mettere in luce strutture murarie. La dottoressa Gangemi ha chiesto un allargamento e il Comune ha deciso di affidare l’intervento alla ditta Pacitti. Lo scavo ha permesso di identificare una stanza con un lato contro il pendio e due muri laterali verso la strada. La struttura aveva un pavimento in battuto di calce simile alla casa romana di Piazza Santa Giustina. Nello strato sopra il pavimento sono stati rinvenuti frammenti ceramici del IV-V secolo D.C che sembrano avere più riscontri nel Norico che nella pianura veneta e una pietra troncoconica molto dura, nonché un oggetto in ferro. In una fase successiva fra i due muri laterali era stato costruito un muro divisorio. Si delinea così un abitato piuttosto ampio e la possibilità di una necropoli ma sono ancora molte di più le domande che le risposte.

LA SCOPERTA di GIUSEPPE PAIS, estate 2011
“Nell’estate scorsa in una delle mie “passeggiate archeologiche” ho fatto una straordinaria scoperta che cambierà parte della storia preromana delle nostre vallate. Dopo anni di studi a tavolino, letture di antichi documenti e di rarissime mappe, ma soprattutto grazie alla memoria degli anziani, e alle notizie di mio padre Gianni, sembra proprio stia venendo alla luce parte del leggendario abitato di Agonia.

Durante vari sopralluoghi e ricerche nel territorio ho ritrovato la strada che già in periodo protostorico collegava il centro Cadore con la Val d’Ansiei, nelle vicinanze del percorso ho notato la probabile base in sassi di una abitazione e proprio sul lato dove c’era l’entrata ho ritrovato la prima chiave preromana, in ferro a sezione rotonda con impugnatura a traforo del tutto uguale a quelle retiche rinvenute in Alto Adige. Nelle immediate vicinanze non ho potuto trattenere le lacrime dall’emozione nell’avere tra le mani un probabile corredo di un guerriero dell’epoca, costituito da una spada corta, una punta di lancia, due trivelle ed un ascia, il tutto distribuito in modo ordinato, in ferro e in ottimo stato.

Chiave8 bosco Gogna

Continuando lungo questa antichissima strada si incontra uno strano avvallamento dove grazie alla buona sorte ho ritrovato la seconda chiave protostorica, sempre in ferro, a sezione quadrata e in stato di conservazione eccezionale, dove ci sono incisi vari simboli e scritture dal sapore magico religioso. I reperti ora sono in mano alla Soprintendenza a cui spetterà il compito di studiarli e restaurarli. Ho fatto varie ipotesi sulle chiavi, la loro provenienza, il loro uso, anche se non mi sembra ci siano dubbi sulla loro datazione che va dal sesto al primo secolo a.c.

A quanto sembra invece non ci sono riscontri sulla provenienza e datazione del corredo, la punta di lancia dalla tipologia veramente insolita non trova confronto con la cultura Retica, Paleoveneta e tanto meno con quella Romana e Celtica. Solo il futuro ci darà delle risposte concrete, con scavi scientifici e con ulteriori studi su questo materiale cosi inedito e prezioso.”

 

AURONZO NEL MEDIOEVO
Le recenti scoperte ad Auronzo hanno fatto tornare d’attualità una antica questione: è mai esistito un vescovado ad Auronzo? Giovanni Fabbiani ci racconta la vicenda : nel 579 il patriarca d’Aquileia riunì a Grado un Sinodo di 18 vescovi e 12 preti. Uno dei presenti era Aronne, vescovo Avoriciensis o Aventiniensis. Un documento dell’anno 816, nel raccontare che l’imperatore Lodovico dona alla chiesa di Frisinga alcuni beni del convento di San Candido, cita “Aguntum (l’attuale Lienz) in finibus episcopatus Aurontii”. Fra i vescovi coadiutori del vescovado di Bressanone è citato un “frater Salatinus episcopus Cadoranensis”. Oggi si sostiene che questo documento fu falsificato per avanzare diritti sul territorio cadorino. Giovanni Candido (1450-1528) scrive di “Ebrociense che è un borgo vicino a Cadubrio, e sino ad ora conserva il nome, e molti vestigi d’antichità vi si veggono”. Storici successivi si rifanno a queste fonti e le riprendono; don Giuseppe Cadorin, rifacendosi a Cesare Vecellio e Odorico Soldan , sostiene che la sede era ad Agonia (odierna Gogna) e che fu spostata ad Auronzo dopo la distruzione della città. Venanzio Donà scrive che sul vecchio campanile della chiesa di San Lucano c’era una lapide con l’iscrizione “episcopus euganiae”; questo oggetto non è mai stato trovato. Il Ciani sostiene che la sede potrebbe essere stata Albona d’Istria e che la lettura corretta sarebbe Alvonense. Un’altra obiezione è che sedi vescovili nella prima fase del medioevo potevano diventare soltanto città che fossero stati dei municipium in epoca romana (esempio Zuglio); in effetti non risultano prove archeologiche che esistesse un municipium in Cadore. Ma d’altra parte il Medioevo è stata un’epoca di grandi e rapidi cambiamenti; città si spopolavano o venivano distrutte, altre nascevano perché qualche confine passava lì. In questo quadro Auronzo con i suoi giacimenti di piombo, zinco e ferro, la foresta di Somadida con l’eccezionale qualità delle sue piante, e la sua posizione su una antichissima via commerciale come dimostrano le recenti scoperte ,potrebbe essere stato un centro di una certa importanza. In un documento dell’ottavo secolo il Patriarca di Aquileia invita a non creare più vescovadi in piccoli borghi. Va anche tenuto presente che ci furono grandi lotte per il potere nel Patriarcato, fino ad arrivare a veri e propri scismi ; il Sinodo di Grado era stato convocato dal patriarca Elia , che poi perse e fu spodestato. Quindi nell’ambito di queste lotte si può immaginare che proliferassero le diocesi. Comunque ad oggi non esistono prove certe ; restiamo in attesa di sviluppi , consapevoli che per noi appassionati a volte è più divertente fare le domande che avere le risposte…..

MALON

Le leggende ci raccontano dello scontro fra Pagani e cristiani anche a Malon; alla fine vinsero i Cristiani che hanno ucciso quasi tutti i perdenti. Si dice anche che nelle vicinanze esista “la pera dei pagane” con incisioni e disegni; le ricerche non hanno dato esito. Si narra che fosse anche visibile il percorso “dell’acquedotto dei pagane” fatto con tronchi d’albero scavati e sistemati su un sentiero con pendenza costante, del “porteà (cimitero) dei pagane”. Le ricerche di Elio Vecellio Galeno hanno dato la conferma archeologica, dal momento che sono stati rinvenuti frammenti di vasi in terracotta grezza difficilmente databili con precisione che ora sono allo studio in Soprintendenza.

Nel sito sono visibili imponenti muri a secco che circondano un rialzo del terreno che domina le scarpate sottostanti, mentre su un lato presentano imponenti terrazzamenti (fino a m.3 di altezza) la cui origine era sconosciuta tanto che si decise di chiamarli “i altare dei pagane”. L’unico reperto esistente era una moneta di Giulia Mamea (253 d.C.), trovato nel 1932.