LAGOLE (Calalzo), un santuario tra le Dolomiti

(Ultimo aggiornamento 19 aprile 2020)

II comune di Calalzo ha il sito preromano più importante del Cadore: il santuario di Lagole. Nel 2001, a cinquant’anni dall’inizio degli scavi di Gianbattista Frescura e Enrico de Lotto,è stato finalmente realizzate il catalogo dei materiali del sito che sono esposti al museo della Magnifica Comunità di Pieve di Cadore. La pubblicazione conferma che il santuario nasce nel IV A.C., anche se alcuni reperti risalgono alla fine del V A.C., e cessa di funzionare alla fine del IV D.C. La divinità principale era Trumusiati, che potrebbe derivare dal toponimo Trumusio/a, a cui è seguito l’etnico Trumusiati ; il toponimo potrebbe significare “quattro laghetti” (Marinetti pag.67). Quindi sarebbe esistito un popolo dei Trumusiati, mai attestato finora. L’unica raffigurazione della divinità sarebbe una lamina con tre teste, ma le nuove ipotesi linguistiche rendono questa ipotesi molto più incerta.

La Fogolari scrive ”Questa lamina si distingue da tutte le altre di Lagole anzitutto per la forma che è rettangolare con i Iati perfettamente diritti, ma soprattutto per la singolare raffigurazione. Il riquadro centrale è incorniciato da due cordoncini a sbalzo, come è d’uso, ma la cornicetta è priva di qualsiasi decorazione. La cornice della parte superiore ha una rottura irregolare al centro. II foro rotondo che rimane nella parte inferiore della rottura doveva contenere un chiodo che fissava l’appiccagnolo o servire direttamente per l’affissione. Nel riquadro sono riprodotte tre piccole teste disposte al centro su di una linea leggermente curva all’insù e quattro rosette disposte ai quattro angoli. Le rosette sono ben leggibili; constano di un punto più grosso sbalzato al centro circondato da tre più piccoli. Questo motivo è ottenuto con un punzone. Le teste uguali fra loro, anch’esse eseguite con punzone, sono meno evidenti. Tuttavia, mediante un punzone eseguito ora, si riesce a distìnguere i capelli che circondano la faccia nella quale sono indicati un grande naso e due solchi per la bocca e per il mento. Questa raffigurazione è stata interpretata come la possibile presentazione di una divinità tricipite”. Si riteneva che l’attributo Sainatei rendesse Trumusiati una dea sanante, vista anche la capacità cicatrizzante delle acque di Lagole, ma iscrizioni con lo stesso attributo ad Altino ed Este hanno portato la Marinetti alla conclusione che il significato sia “poliade” cioè divinità del luogo. Per molti anni si è pensato a una dea femminile ma il dio romano che subentra è Apollo. Sono molto rari i casi di passaggio da dee femminili a dei maschili.

Inoltre la netta prevalenza di figure di guerrieri e di dedicanti maschili sta facendo pensare a un dio maschile. In età romana erano presenti anche dei ospiti; un Giove, due Mercurio, due Marte, quattro Ercole, un Lare (altri due probabili), una Vittoria, forse i Dioscuri, forse Diana. Secondo la bolla “in epoca precedente si offrivano alla divinità rappresentazioni dei devoti, in seguito si donano bronzetti degli dei stessi.” Il rito probabilmente consisteva nel bere l’acqua con i simpula (mestoli), separare il manico dalla coppa e offrirli alla divinità. Su questo tuttavia rimangono dei dubbi, legati al fatto che la distanza del luogo di culto dalle sorgenti è notevole; inoltre il rinvenimento sul monte Calvario ad Auronzo di simpula iscritti ad oltre un chilometro dalla più vicina sorgente ferruginosa lascia perplessi. La stessa Gambacurta ipotizza culti legati al vino; la Fogolari invece afferma che non sono possibili tali culti perché non si può coltivare la vite in Cadore. In realtà abbiamo accertato che l’uva è da sempre presente nelle nostre valli, sia pure in misura modesta, mentre il disco di Auronzo con la dea venetica con il grappolo d’uva toglie ogni dubbio sul consumo del vino nei rituali anche in epoca preromana. Margherita Bolla offre un’interpretazione diversa, almeno per Apollo; “Fra le molte competenze di Apollo, sembra sia qui in maggiore evidenza quella di “purificatore”, rappresentata dalla frasca di alloro (che liberava dal sangue versato, anche in guerra) e appunto dalla patera. Nel santuario lagoliano, frequentato da uomini che si connotavano come soldati, si praticava forse la purificazione (mediante acqua sorgiva) al ritorno da azioni militari; peraltro anche la partenza per la guerra poteva essere preceduta dal rito della lustratio, che dava protezione preventiva al gruppo di armati.

La valenza purificatrice delle acque di Lagole poteva essere esaltata dalla possibilità di ricorrere a più di una sorgente e completata con il sacrificio di animali, il cui sangue aveva ugualmente valenza liberatoria rispetto alla contaminazione provocata dal sangue dei nemici uccisi.” Comunque fosse il rito di certo si offrivano oggetti votivi;sono state rinvenute fibule, statuine e lamine bronzee, oggetti d’ornamento, vasellame metallico, armi e monete. Molto di questo materiale era iscritto, sia in venetico che in latino; Lagole è il secondo sito per iscrizioni venetiche, dopo Este.

Tra le poche fibule preromane due provengono dalI’Istria, le altre sono celtiche; fra quelle romane molte sono di ambito militare. Le statuine di guerrieri danno origine a una tipologia: il guerriero lagoliano, considerato frutto di apporti ellenistici. Si è rinvenuta solo una statua di cavaliere. Molte lamine sono non figurate, dato che accomuna i depositi votivi settentrionali rispetto a quelli meridionali. Tra gli oggetti d’ornamento vanno segnalati sei anelli, due in argento, armille e pendagli che potrebbero essere offerte votive.

Tra il vasellame metallico sono presenti situle, lebeti e trulle; un frammento di calderone decorato risale al V A.C., mentre è significativo il ritrovamento a Lagole di trulle “con iscrizioni di un Polibius dell’officina dei CIPII, attiva in area vesuviana nel I D.C., la cui produzione trova uno sbocco commerciale privilegiato in area renana e danubiana e nell’Europa settentrionale tra il 40 e il 70 D.C…. (omissis)…e ricollega la frequentazione dell’area sacra al transito militare e commerciale” (Manuela Brustia). Sono stati recuperati anche 11 campanelli e una chiave di età romana, oltre ad alcune etichette di piombo da collegare all’attività tessile. Sono presenti colini, manici e coperchi di situle miniaturistici, che dimostrano una produzione di materiale ad uso esclusivo del santuario. Secondo la Bolla “i gestori del luogo sacro avrebbero dunque venduto periodicamente alla bottega le offerte o parte di esse, in quanto non costitutive della proprietà originaria del santuario e quindi liberamente cedibili purché servissero a accrescere la ricchezza del centro di culto stesso, secondo una pratica ben attestata già nel mondo greco”.

Le armi (elmi, scudi, spade e lance) sono quasi tutte di tipologia celtica, con confronti nell’ambito alpino orientale e molte (11) sono state scoperte nello stesso luogo facendo pensare a una deposizione rituale. Sono stati trovati anche 15 coltelli, oltre ad attrezzi da fuoco, collegati probabilmente all’attività di macellazione e consumo di carni quasi esclusivamente di ovicaprini, come documentato dai resti ossei. La ceramica è scarsa e quasi tutta di età romana, a parte alcuni frammenti della cultura di Fritzens-Sanzeno (piena età del ferro). Le monete sono 58, 6 d’argento e 52 di bronzo e vanno dal I A.C. al IV D.C. Alcune sono graffite oppure spezzate a metà per renderle inutilizzabili e offrirle alla divinità. Nei pressi della stazione ferroviaria nel 1914 è stato scoperto un pozzo con una situla bronzea iscritta contenente una sepoltura; c’è una necropoli sotto i binari?.
(G. Zandegiacomo S.)

 

Altri reperti esposti nel Museo Archeologico Cadorino di Pieve di Cadore – MARC:

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Giovanni Battista Frescura (Calalzo di Cadore, 8 giugno 1921 – Padova, 25 giugno 1993) è stato definito lo Schliemann cadorino, come lui, archeologo autodidatta con la passione per il mondo antico, influenzato tra l’altro dagli studi del Ciani e di Giovanni Fabbiani,localizzò, tra il 1949 ed il 1952, a Lagole (Calalzo di Cadore) uno dei santuari preromani più suggestivi del Veneto e di tutto l’arco alpino. L’importanza della stazione paleoveneta cadorina viene ad eguagliare, anche per il numero delle epigrafi e per l’ampiezza di materiali linguistici, la stipe atestina del fondo Baratela.