CADORE UN TERRITORIO ANTICO

appunti sulla storia archeologica e sui ritrovamenti


(ultimo aggiornamento 29-05-2026)

Indice
Sintesi storica

– Dalla preistoria agli antichi Romani
– Il medioevo e l’età moderna

Approfondimenti

– La preistoria e l’età del rame
– L’età del bronzo
– L’età del ferro
– L’età romana
– Il medioevo

Approfondimento finale

– Appunti sulla storia archeologica e sui ritrovamenti

Dalla preistoria agli antichi Romani

Le prime tracce della presenza umana in Cadore risalgono al paleolitico superiore (attorno a 12.500 anni fa, Epigravettiano), quando, con il ritiro di gran parte dei ghiacciai che nei momenti più freddi dell’ultima glaciazione avevano coperto l’intero arco alpino, queste zone tornarono ospitali per l’uomo e per gli animali.
I cacciatori‑raccoglitori di questo periodo, e del successivo mesolitico, nei mesi estivi frequentavano le praterie d’alta quota per la caccia a cervi, stambecchi e camosci.
Risale al mesolitico – epoca degli ultimi cacciatori‑raccoglitori prima dell’arrivo dell’agricoltura – la sepoltura di Valmo, l’Uomo di Mondeval, datata a circa 8000 anni fa e oggi conservata nel Museo di Selva di Cadore.
L’importante rinvenimento venne portato alla luce sotto un riparo di roccia a oltre 2000 m di quota, nella prateria di Mondeval de Sora (San Vito di Cadore). Il cacciatore era stato deposto con un corredo di oltre 60 oggetti, che hanno permesso di comprendere diversi aspetti della tecnologia e della vita di quel periodo.
Poco conosciamo del neolitico e dell’età del rame, salvo alcune testimonianze lasciate dai primi pastori d’alta quota, che segnano l’inizio della storia dell’alpeggio.
Dall’età del bronzo, e in maniera più significativa durante l’età del ferro, la Val Piave diventa un importante asse di comunicazione tra il Nord Italia e l’Europa centrale, come dimostrano i numerosi ritrovamenti archeologici.
A partire dal VI secolo a.C., le sorgenti termali di Làgole (Calalzo di Cadore), ancor oggi visitabili in un suggestivo contesto naturale, furono meta di venerazione da parte di Celti, Veneti antichi e, successivamente, dei Romani.
Probabilmente nel V secolo a.C. in questo luogo si sviluppò un vero e proprio santuario dedicato al potere curativo delle acque, frequentato per circa mille anni, fino alla caduta dell’Impero romano.
I reperti votivi (statuette, lamine istoriate, armi) e le numerose iscrizioni in venetico e in latino, oggi esposti al Museo Archeologico di Pieve di Cadore, testimoniano il passaggio di commercianti, militari e popolazioni attraverso le Alpi.
Di epoca romana conosciamo anche alcuni tratti di viabilità e numerosi abitati, che includevano strutture di pregio, come la domus nell’area dell’attuale Municipio di Pieve di Cadore, dotata di un evoluto sistema di riscaldamento a pavimento e di mosaici.
Poco sappiamo dell’arrivo del cristianesimo e dell’alto medioevo, mentre le testimonianze diventano più numerose a partire dall’XI secolo d.C.

Il medioevo e l’età moderna

Nel 1077 l’imperatore Enrico IV istituisce lo Stato patriarcale di Aquileia, concedendo al patriarca anche il controllo politico di un ampio territorio che si estendeva dal Veneto alla Slovenia e comprendeva il Cadore, sul quale, fin dalle origini, esercitava già il dominio religioso.
Nel XIII secolo le Regole cadorine, già unite in una federazione de facto, ottengono dai conti da Camino, sub‑feudatari del patriarca, un primo statuto (1253). Successivamente, nel 1338, con l’ausilio di giuristi dell’Università di Padova, questo viene rielaborato negli Statuti della Magnifica Comunità di Cadore, approvati nel 1347 dal patriarca Bertrando di San Genesio.
In quell’occasione, ospite del castello di Pieve, il patriarca accoglie una delegazione composta da 54 rappresentanti delle dieci comunità cadorine, che gli rendono omaggio e giurano fedeltà. Da questo momento prende forma la Magnifica Comunità di Cadore. Con la fine del potere temporale del Patriarcato (1420), i Cadorini si pongono sotto la protezione della Serenissima, ottenendo la conferma delle autonomie fino ad allora godute, in quanto previste dagli Statuti del 1338, e mantenendo una significativa autonomia amministrativa.
Le condizioni politiche e sociali migliorano e si stabilisce una solida collaborazione con la Repubblica di Venezia, che si rivela decisiva in più occasioni, in particolare durante la guerra della Lega di Cambrai (vasta coalizione anti‑veneziana guidata dall’imperatore Massimiliano I d’Austria e conclusasi nel 1517).
È proprio in questo contesto che Venezia, e con essa il Cadore, perdono la comunità di Ampezzo (Cortina), che passa sotto il Tirolo.
Sotto la protezione veneziana il Cadore attraversa circa tre secoli di stabilità, fino alla caduta della Repubblica di Venezia, nel maggio del 1797, a seguito dell’occupazione da parte delle truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte.
Le Province Venete vengono inizialmente cedute all’Austria; successivamente, nel 1805, sono annesse al Regno Italico napoleonico. In questo periodo vengono abolite le Regole e istituiti i Comuni, sottoposti al Codice napoleonico.
Dopo la caduta di Napoleone (1814), il Cadore passa nuovamente sotto il controllo austriaco ed entra a far parte del Regno Lombardo‑Veneto.
Al termine della terza guerra d’indipendenza, nel 1866, le Province Venete vengono cedute dall’Austria alla Francia, che le trasferisce al Regno di Piemonte, poi Regno d’Italia.


Introduzione al Cadore 

(a cura di G. Zandegiacomo S., maggio 2020)

La preistoria e l’età del rame

Riparo Mandriz, Selva di Cadore – IV–III millennio a.C.

La presenza stagionale è accertata a cominciare dal Mesolitico antico (Sauveterriano) tra il 9175–7731 a. C. a Mondeval de Sora. Nella stessa località, ma sul lato opposto del riparo, è avvenuta la scoperta dell’Uomo di Mondeval e del suo notevole corredo (5.500 a.C.). Altri ritrovamenti di selci datati al VII–V millennio a.C. sul Passo Falzarego, sul Passo di Valparola, sul Passo Giau, a Malga Prendera, al lago delle Baste, forcella Pecol, Crepa delle Salere nell’area dei comuni di San Vito di Cadore, Cortina d’Ampezzo e Selva di Cadore. Il recentissimo scavo a Prà Comun sul Passo Giau (San Vito) nel 2019 ha portato a individuare due ripari, uno Sauveterriano e uno mesolitico. Gli ultimi studi sulle selci di Mondeval, che sono in parte locali, fanno pensare che ci fossero degli insediamenti fissi nei fondivalle già nel mesolitico recente (Castelnoviano). Altri manufatti in selce di chiara tipologia mesolitica (8000–4500 a.C.) sono stati recuperati in un’area umida a una quota di 2085 metri a Val Visdende, in località Coston della Spina e a Giò d’Olmi, da parte di Catello, Cesco Frare e Villabruna.
Altri reperti mesolitici sono stati raccolti a Col della Crodatta, Coltrondo, Spina tutti nel comune di Comelico Superiore. Gli stessi ricercatori, su pianori erbosi situati al limitare dell’area boschiva a Pian dei Buoi (Lozzo di Cadore) hanno trovato materiali mesolitici; altre selci lavorate mesolitiche sono state rinvenute a Viza Vecia e a Casera la Grava (Vodo di Cadore) dimostrando che l’intero territorio ad alta quota era ben conosciuto dagli antichissimi cacciatori che qui trovavano le migliori occasioni di riempire il loro carniere. Del Neolitico ci sono poche attestazioni:

l’inaspettata scoperta del frammento di una punta foliata riferibile al Neolitico finale/età del Rame sulla sommità dei Lastoni di Formin (2654 m s.l.m.) è stata associata a quella di un pugnale in selce trovato sul vicino Monte Cernera (ad un’altitudine simile). Questi due ritrovamenti isolati sono stati interpretati ipoteticamente come deposizioni volontarie, forse ricollegabili ad antiche forme di territorialità in questi paesaggi marginali (Cavulli et al. 2015).

Nel Museo di Selva di Cadore sono custoditi frammenti di vasi della terza fase delle Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata (3500–3000 a.C.), scodelle e strumenti litici e una grande olla. Sul Passo Mauria e a Venas sono stati rinvenuti due martelli in pietra che la Carta Archeologica del Veneto data alla metà del III–metà del II millennio a.C.

L’età del bronzo

A Mondeval, sul lato opposto del masso con la sepoltura, è stato scoperto un sito con un focolare e alcuni blocchi di dolomia a delimitare l’area, datato al 3475–2800 B.P. (XV–IX secolo a.C.).
Bisogna poi considerare i ritrovamenti di Crodola, a Domegge: un falcetto e un’ascia ad alette in bronzo, datati al Bronzo recente–Bronzo finale (XIII–XII secolo a.C.).
Nel 1996, lo scavo del supermercato di Tai ha portato alla luce, a 1,70 m di profondità, alcune buche di palo su un suolo antropizzato, con frammenti ceramici datati al IX–X secolo a.C. (Eugenio Padovan).
Una notizia importante è quella del ritrovamento di una spada tipo Sprockhoff IIa/Cetona (XII–X secolo a.C.) in un luogo imprecisato del Cadore.
Altri frammenti di terracotta, datati al XII–X secolo a.C., sono stati rinvenuti da Eugenio Padovan a Pieve, dietro la casa di Tiziano, sulle pendici del monte Ricco. Sempre a Pieve, nella zona di Maias, in un bosco in leggera discesa, è stata trovata un’ascia di tipo Freunberg ad alette mediane (XIII–XI secolo a.C.).
Non va infine dimenticato lo studio della torbiera di Coltrondo, in Comelico, che attesta le prime tracce di attività umane fin dal 2250 a.C.
Possiamo quindi concludere che, nell’età del bronzo, il territorio era già stabilmente abitato, soprattutto a Pieve, ma frequentato anche in altura.

L’età del ferro

Elmo celtico esposto al MARC di Pieve di Cadore

Dal VII al II secolo a.C. si diffondono gli insediamenti in Cadore: Pieve, Pozzale, Domegge e Lozzo risultano sicuramente abitati. Sono state scoperte necropoli a Lozzo e a Pozzale; la varietà delle sepolture — alcune con stele iscritte, altre con corredi molto ricchi e altre ancora con numerose armi — dimostra l’esistenza di una struttura sociale complessa.
Le numerose iscrizioni venetiche, fra cui quelle di San Vito a 2000 metri di quota, hanno portato la dott.ssa Marinetti a parlare di «venetico alpino» per le particolarità della scrittura. Nel luogo di culto di Làgole, attivo dal VI–IV secolo a.C. fino al IV secolo d.C., sono presenti dediche della Teuta (comunità) e degli Antistes (magistrati).
L’economia era basata sulla pastorizia, sull’allevamento del bestiame e sull’agricoltura, ma si deve anche ipotizzare uno sfruttamento dei metalli presenti nel territorio. A Làgole si producevano bronzetti di guerrieri diffusi in tutto il Veneto e il Friuli, oltre a lamine e situle.
In uno studio sugli elmi cadorini, fra cui quello di Vallesella, la dottoressa Gambacurta afferma che si trattava di una tipologia locale con influenze celtiche d’oltralpe. Sono attestati contatti con la Valle del Gail, come dimostrano le lamine bronzee iscritte in venetico rinvenute poco sotto il Monte Croce Carnico, contenenti probabilmente un ringraziamento a una divinità per il superamento delle Alpi.
Considerata la situazione orografica, è possibile ipotizzare anche altri valichi verso la Gailtal, sia da Sappada, sia da Val Visdende e Val Digon. Mentre in passato l’insediamento di Gurina veniva spiegato principalmente con la presenza di minerali, oggi si ritiene che fosse fondamentale anche una linea commerciale che collegava l’area germanica con l’Italia.
Il culto di Ercole, dio dei commercianti e presente in entrambi i santuari, rappresenta un ulteriore indizio di questi rapporti. Rimane tuttavia aperto il dubbio sull’esistenza di una vera e propria comunità veneta nella Gailtal: solo nuove ricerche potranno chiarirlo.
Le Alpi non erano dunque un ostacolo insuperabile, bensì un luogo di incontro e di scambio, dove diverse culture si confrontavano. La posizione di confine tra le aree venetiche (Altino, alla foce di un paleoalveo del Piave), celtiche (Gurina, nella Valle del Gail) e retiche (Sanzeno, in Val di Non) favoriva scambi e influenze reciproche con i Reti, i Celti e le popolazioni fino all’Istria, ben documentati dai bronzetti, dalle armi, dai corredi funerari e dai materiali rituali di Làgole.

L’età romana

Strada romana di Lozzo di Cadore

Decidere quando e come i Veneti (cadorini) vennero “romanizzati” non è un’impresa semplice. Se da una parte le ultime scoperte archeologiche hanno dimostrato che la moneta romana cominciò a circolare già nel II secolo a.C., dall’altra evidenziano anche una coesistenza dei reperti veneti con quelli romani almeno fino al II secolo d.C.; lo stesso vale per la scrittura.
Lo scavo del Monte Calvario ha rimesso in discussione la data della sostituzione della scrittura venetica con quella latina (circa I secolo a.C.): oggetti iscritti in venetico si trovano nello stesso strato di monete del II secolo d.C. Questa situazione sembra confermata anche da una patera (piatto) del II secolo d.C., rinvenuta in Carnia, con un’iscrizione in venetico.
Andrebbe forse rivista anche la questione dei materiali di Làgole, dove sono stati trovati reperti romani in strati inferiori a quelli veneti: potrebbe non trattarsi di crolli degli strati gessosi, ma piuttosto di un uso degli oggetti venetici protratto molto più a lungo nel tempo.
La persistenza del venetico nell’area alpina potrebbe essere spiegata con il suo impiego in un territorio molto esteso, dal Veneto all’Austria fino all’Istria, comprendendo tutto il Friuli Venezia Giulia: una lingua e una scrittura che consentivano scambi commerciali tra popolazioni di etnie diverse e che difficilmente potevano essere sostituite rapidamente dal latino. Una durata più lunga del venetico consentirebbe inoltre di spiegare la nascita della scrittura runica, come già ipotizzato dal professor Prosdocimi.
I contatti con l’area austriaca sono documentati dagli oboli del Norico (piccole monete d’argento utilizzate tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.), rinvenuti nel santuario del Calvario, a Làgole, a Castellavazzo, sul Monte Altare (Vittorio Veneto), a Villa di Villa (Cordignano) e in vari siti fino ad Altino. Si delinea così un percorso che risaliva il Piave, attraversava il Cansiglio e raggiungeva la pianura veneta: un tracciato più breve rispetto a quello della Valbelluna e Feltre e che permetteva di rimanere nei territori controllati dai Veneti, evitando i Reti.
D’altra parte, la presenza di denari d’argento romani — paga del legionario — già dal II secolo a.C. ad Auronzo, Lozzo e Pieve testimonia contatti precoci con Roma. Va anche segnalato il rinvenimento ad Auronzo (Gianni Pais) di una moneta di Tolomeo V (204–180 a.C.), indice di commerci con Aquileia, che fin dalla sua fondazione (181 a.C.) fu il porto privilegiato per gli scambi con Alessandria d’Egitto (Gorini).
Abitazioni di tipo romano sono attestate dal I secolo d.C. a Pieve, Valle e Lozzo, alcune delle quali dotate di riscaldamento ad ipocausto, indice di un certo livello di ricchezza.
L’unica gens attestata in Cadore, grazie alla lapide rinvenuta a Valle, è quella dei Saufei, appartenente alla tribù Claudia. Provenienti da Preneste (Lazio), i Saufei furono una delle famiglie più importanti della città almeno fino alla guerra civile dell’82 a.C.; successivamente non compaiono più in incarichi di rilievo. Un ramo della gens si trasferì a Roma, dove un Lucio Saufeio fu magistrato monetale tra il 165 e il 150 a.C.
Alla fine dell’Ottocento, al museo di Pieve era esposta una sua moneta (Antonio Genova), rinvenuta in Cadore; un’altra è stata trovata a Sedico. In età repubblicana i Saufei ricoprirono raramente cariche importanti (due tribuni e un questore), ma si dedicarono ai commerci: erano presenti a Delo, Minturno, Atene e in Toscana, operando in diversi settori, compreso quello degli schiavi. In età imperiale sono attestati anche ad Aquileia, Verona, Vicetia, Tarvisium, Patavium e Altinum.
L’iscrizione di Valle è datata al II secolo d.C., ma ciò non esclude una presenza più antica della famiglia nel territorio. In base a questa lapide si è ipotizzato che il Cadore facesse parte del municipium di Iulium Carnicum, assegnato alla tribù Claudia. Tuttavia, non esiste alcuna iscrizione che colleghi direttamente il Cadore a Iulium Carnicum; per questo il prof. Carlo Anti ipotizzò che a Valle fosse situato il municipium di Berua, non ancora individuato con certezza.
Il rinvenimento di un’iscrizione che sembrava attribuire Berua alla tribù Scaptia aveva inizialmente escluso questa ipotesi, indicando come possibili sedi Vicenza o Bolzano. Tuttavia, una scoperta più recente ha assegnato definitivamente Berua alla tribù Claudia, eliminando la contraddizione con la lapide di Valle.
Un ulteriore elemento è rappresentato dalle iscrizioni confinarie sul Civetta con la dicitura FIN IUL BEL (confine tra Iulienses e Bellunati). Il professor Gregori ha però proposto interpretazioni alternative, ritenendo non sufficientemente provata l’appartenenza del Cadore a Iulium Carnicum. In ogni caso, la notevole distanza — fino a circa 70 km — tra il territorio cadorino e il municipium avrebbe probabilmente comportato una certa autonomia amministrativa.
Una delle principali risorse economiche del Cadore era verosimilmente il legname, indispensabile per le grandi strutture termali romane. Lo dimostra un’iscrizione di Belluno dedicata a Carminio Pudente, protettore dei dendrofori (trasportatori di legname) e dei Catubrini.
L’allevamento di ovicaprini, bovini e cavalli è attestato dai reperti ossei rinvenuti sul Monte Calvario e a Làgole; risultano assenti pollame e suini. Gli animali selvatici fornivano le pelli, le pecore la lana e le mucche il latte. L’agricoltura garantiva raccolti modesti, probabilmente integrati da una produzione di frutta, tra cui l’uva. È possibile che molti uomini si arruolassero come soldati di professione, riportando al ritorno modeste ricchezze.
Lo sfruttamento dei giacimenti minerari è attestato dal 50 a.C., come indicato dagli studi sulla torbiera di Coltrondo (M. Segnana e altri). Tuttavia, nei secoli successivi i Romani preferirono importare grandi quantità di metalli dall’estero, come tributi o a basso costo; le analisi del professor Molin (Università di Padova) sul lingotto in piombo del Monte Calvario lo dimostrano chiaramente, almeno per un’epoca tarda (158 d.C.).
Con l’inizio delle incursioni barbariche lungo il limes, le Alpi assunsero per Roma un ruolo difensivo. Nel 260 d.C. l’imperatore Gallieno decise di fortificare le montagne, probabilmente con torri di avvistamento e piccole guarnigioni, incaricate di segnalare rapidamente eventuali attacchi alla pianura. La presenza militare garantì probabilmente qualche beneficio economico alle popolazioni locali, oltre a una relativa sicurezza.
Non si rilevano infatti tracce archeologiche di distruzioni in Cadore: le strutture di età romana risultano piuttosto abbandonate e spogliate già in antico. Rimangono invece dubbi sulla sorte dei santuari pagani: furono abbandonati o distrutti con l’avvento del cristianesimo? Le fonti leggendarie sembrano suggerire la seconda ipotesi, ma le prove archeologiche non sono ancora conclusive.
Per quanto riguarda le vie di comunicazione, non si prende qui posizione sul tracciato della via Claudia Augusta (da Altino al Danubio). Si osserva tuttavia che un percorso tra il Cadore e Altino lungo il paleoalveo del Piave esisteva già prima dei Romani e che, verosimilmente, essi si limitarono a migliorare tracciati preesistenti (come indicano anche gli studi sulla via Annia).
La presenza dei Saufei, gens di commercianti attestata sia in Cadore sia ad Altino, costituisce un ulteriore indizio. Inoltre, lungo la Valsugana si registra una diminuzione dei reperti proprio nel periodo in cui la Claudia Augusta avrebbe dovuto attraversarla. Le ricerche sul campo condotte da de Bon vanno nella stessa direzione.
Resta comunque aperto il dibattito, anche alla luce dei consistenti finanziamenti legati ai progetti europei, che non sempre favoriscono un confronto sereno. Come spesso accade, saranno nuove scoperte archeologiche a fornire risposte definitive.

Il Medioevo

Castello di Pieve di Cadore

Negli ultimi anni gli storici hanno progressivamente messo in discussione il 476 (tradizionalmente considerato inizio del Medioevo), sottolineando come, in molte aree d’Italia, il controllo effettivo del territorio da parte dell’Impero romano fosse venuto meno già in precedenza.
Per il Cadore, tuttavia, le indicazioni archeologiche e letterarie restano limitate: le monete del V secolo sono estremamente rare, il che potrebbe indicare l’assenza dell’esercito romano sul territorio.
Le leggende relative alle distruzioni attribuite ad Attila a Gogna, Pieve e in altre località lasciano ipotizzare il passaggio di popolazioni “barbare”. In questa direzione sembra andare anche il recente scavo di Gogna (Auronzo), che sta evidenziando la presenza di fortificazioni e guarnigioni di origine straniera.

Castello di Botestagno, Ampezzo di Cadore

Le abitazioni romane appaiono abbandonate già nel IV secolo a Lozzo, Pieve e Valle; solo la casa di piazza Vigo e lo scavo di piazza Santa Giustina ad Auronzo testimoniano la continuità dell’insediamento e dei rapporti con il Norico.
Alcuni studi recenti in Carnia hanno ipotizzato che, con l’aumento del pericolo di invasioni nel Norico, una parte della popolazione si sia progressivamente spostata sull’altro versante delle Alpi, determinando un incremento degli abitanti.
L’influenza longobarda, tra VI e VII secolo, è attestata dai materiali delle sepolture di Domegge, Pieve e Auronzo, che tuttavia sembrano riferibili a popolazioni locali. Recentemente Giovanni Zandegiacomo Seidelucio ha “riscoperto” la notizia di una necropoli a Valle di Cadore con materiali sicuramente longobardi, come le fibule a S (R. Battaglia).
Rimane invece discussa la questione dell’appartenenza del Cadore a uno specifico ducato; alcune fonti parlano di un vescovado ad Auronzo, ma senza prove certe. Alla fine dell’VIII secolo i Franchi conquistano il Veneto: il territorio viene suddiviso in marche e contee, ma anche in questo caso le notizie relative al Cadore sono scarse.
Nel 923 Berengario I assegna al vescovo di Belluno le decime del Cadore, riscosse dalla chiesa di San Salvatore. In un diploma dell’imperatore Ottone II, databile tra il 923 e il 974 — ritenuto a lungo falso, ma probabilmente autentico con interpolazioni successive — compare la prima citazione del comitato del Cadore (Dolcini, Uso dei valichi alpini orientali dalla preistoria ai pellegrinaggi medievali).
Nel 1138 Alberto da Collalto, nel suo testamento, assegnò al parente Guecellone da Camino il blocco affine delle curie di Cordignano, Belluno e Cadore. Prima del 1140, nel monastero di San Candido, vennero prodotti falsi diplomi attribuiti a Ottone I e a Tassilone, contenenti toponimi cadorini: lo scopo era quello di creare basi giuridiche per rivendicare il controllo del territorio.
L’operazione ebbe successo: nel diploma di Corrado III del 1140 si cita per la prima volta la contea di Cadore, assegnata a Ottone, vescovo di Frisinga e abate di San Candido. Nel 1155 il castello di Pieve fu ceduto da Frisinga a Guecellone da Camino, ma ne nacque un contenzioso. Durante la dieta di Modena del 1159, un giudice dell’imperatore Federico Barbarossa obbligò i da Camino a restituire il Cadore a Frisinga.
Tuttavia, il 2 settembre 1160 l’inviato di Frisinga cedette nuovamente il territorio ai da Camino, che nel 1175 acquistarono il castello di Botestagno da Rampreto, signore di Welsberg (Pusteria).
La prima menzione di diritti caminesi sul Comelico risale al 1186; nel 1235 i da Camino promulgano gli Statuti delle Regole cadorine. A questo punto il loro dominio sembrerebbe completo. Tuttavia, secondo Collodo, almeno una parte del Comelico potrebbe essere rimasta fino al 1330 sotto il controllo del vescovo di Frisinga, tramite il monastero di San Candido.
Indizio di ciò sarebbe la chiesa di Santa Maria di Candide, attestata almeno dal 1186, che non compare negli elenchi delle chiese cadorine. Anche il toponimo Candide suggerirebbe stretti legami con San Candido. Il recente scavo archeologico a Candide ha inoltre confermato la presenza di una chiesa precedente con arredi di rilievo.
Nel 1337, due anni dopo la morte dell’ultimo Rizzardo, la comunità cadorina scelse di sottomettersi a Carlo e Giovanni di Lussemburgo, signori del Tirolo e dominatori anche di Feltre e Belluno.
Nel 1347 il Patriarcato di Aquileia occupò militarmente il territorio, mantenendone il controllo fino al 1420, quando il Cadore si sottomise alla Repubblica di Venezia.


Appunti sulla storia archeologica del Cadore e sui ritrovamenti

La presenza umana stagionale è attestata fin dal Mesolitico (VI millennio a.C.), come dimostra la scoperta dell’Uomo di Mondeval, accompagnato da un corredo di particolare rilievo.
I ritrovamenti di manufatti in selce, datati tra il VII e il V millennio a.C., rinvenuti al Passo Falzarego, al Passo Valparola e al Passo Giau, confermano questa frequentazione.
La scoperta più recente (1999) di alcuni manufatti in selce di chiara tipologia mesolitica (8000–4500 a.C.), in un’area umida a quota 2085 metri in Val Visdende, località Coston della Spina, da parte di Catello, Cesco Frare e Villabruna, ha ulteriormente ampliato l’area di indagine.
Nell’anno successivo gli stessi ricercatori, su pianori erbosi situati al limite dell’area boschiva — a Pian dei Buoi, Dignas e in Val Digon — hanno rinvenuto ulteriori materiali mesolitici, dimostrando come l’intero Cadore d’alta quota fosse ben conosciuto dai cacciatori preistorici, che vi trovavano condizioni favorevoli per la loro attività.

Nella Val Fiorentina, per la prima volta in Veneto, è stata documentata la presenza di siti stagionali d’alta quota dell’Eneolitico (circa 3000 a.C.). Nel Museo di Selva di Cadore sono conservati frammenti di vasi attribuibili alla terza fase della cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, insieme a scodelle, strumenti litici e una grande olla.
Al Passo Mauria e a Venas sono stati rinvenuti due martelli in pietra, che la Carta Archeologica del Veneto data tra la metà del III e la metà del II millennio a.C.
Bisogna poi considerare i ritrovamenti di Crodola, a Domegge: un falcetto e un’ascia ad alette in bronzo, datati al Bronzo recente–Bronzo finale (XIII–XII secolo a.C.). Nel 1996, lo scavo del supermercato di Tai ha portato alla luce, a 1,7 m di profondità, alcune buche di palo su un suolo antropizzato, con frammenti ceramici datati al IX–X secolo a.C. (forse pertinenti a un villaggio?). Una recente indagine a Pozzale sembra riferirsi allo stesso periodo.
È però tra il V e il IV secolo a.C. che si riscontrano tracce di insediamenti diffusi e rilevanti in Cadore: le cause potrebbero essere ricercate nella presenza di minerali, nell’abbondanza di legname di ottima qualità e nella posizione di confine tra le aree venetiche (Altino, alla foce di un paleoalveo del Piave), celtiche (Gurina, nella Valle del Gail) e retiche (Sanzeno, in Val di Non).
Gli scambi e le influenze con i Reti, i Celti e le popolazioni fino all’Istria sono ben documentati dai bronzetti, dalle armi, dai corredi funerari e dai materiali rituali di Làgole. Reperti sono segnalati a Valle, Pieve, Lozzo, Calalzo, Domegge e Auronzo; le necropoli scoperte a Lozzo, Pozzale e Valle testimoniano un’occupazione diffusa dell’intero Centro Cadore.
Il luogo di culto di Làgole, attivo dal IV secolo a.C. al IV secolo d.C., fu probabilmente un importante punto di incontro e di commercio per tutto il territorio. Il Monte Calvario, ad Auronzo (attivo almeno dal II secolo a.C. al III secolo d.C.), e la stipe votiva di Rusecco, a Valle, attestano una pluralità di culti, con influenze esterne anteriori all’arrivo ufficiale dei Romani.
Le numerose iscrizioni rinvenute nell’area cadorina — tra cui, in tempi recenti, quelle di San Vito a circa 2000 metri di quota — indicano l’esistenza di comunità con un’organizzazione sociale e religiosa complessa, tale da richiedere l’uso della scrittura.
Anche la diversità delle sepolture nelle necropoli cadorine, alcune con stele iscritte e altre con corredi particolarmente ricchi, testimonia l’esistenza di una struttura gerarchica ben definita.

Un’ulteriore testimonianza dell’esistenza di una struttura sociale complessa è data dalle numerose armi rinvenute sia nelle sepolture sia in altri contesti. Uno studio della dottoressa Gambacurta sull’elmo di Vallesella evidenzia come si tratti di una tipologia locale con influenze celtiche d’oltralpe, suggerendo quindi la presenza di un’attività metallurgica in loco già nel IV secolo a.C.; ipotesi che trova ulteriore conferma nelle analisi condotte dal professor Molin dell’Università di Padova sugli oggetti metallici provenienti dal Monte Calvario, sebbene riferite a un’epoca più tarda (II secolo d.C.).
Sono attestati contatti con la Valle del Gail, come dimostrano le lamine bronzee iscritte in venetico, rinvenute poco sotto il Monte Croce Carnico, che riportano probabilmente un ringraziamento a una divinità per il superamento delle Alpi, e gli oboli del Norico (piccole monete d’argento utilizzate tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.), scoperti nel santuario del Calvario e a Làgole.
Considerata la situazione orografica, è possibile ipotizzare ulteriori valichi verso la Gailtal, sia da Sappada sia da Val Visdende e Val Digon. Se in passato l’insediamento di Gurina veniva spiegato principalmente con la presenza di minerali, oggi si ritiene che fosse invece fondamentale una direttrice commerciale che collegava l’area germanica all’Italia.
Il culto di Ercole, dio dei commercianti e attestato in entrambi i santuari, rappresenta un ulteriore interessante indizio di questi rapporti. Resta tuttavia aperta la questione dell’eventuale presenza di una vera e propria comunità veneta nella Gailtal: solo nuove ricerche potranno chiarirlo.
Il rinvenimento di monete d’argento del Norico ad Auronzo, Làgole, Castellavazzo, sul Monte Altare (Vittorio Veneto) e a Villa di Villa (Cordignano) consente di delineare un possibile percorso commerciale che risaliva il Piave, attraversava il Cansiglio e raggiungeva la pianura veneta. Tale itinerario, oltre a essere più breve rispetto a quello attraverso la Valbelluna e Feltre, permetteva di rimanere nei territori controllati dai Veneti, evitando l’attraversamento delle aree abitate dai Reti.
Le Alpi non costituivano dunque un ostacolo insuperabile, bensì uno spazio di incontro e di scambio, in cui diverse culture entravano in contatto e si influenzavano reciprocamente.

Decidere quando e come i Veneti (cadorini) vennero “romanizzati” non è un’impresa semplice: se da una parte le ultime scoperte archeologiche hanno dimostrato che la moneta romana cominciò a circolare già nel II sec. a.C., dall’altra hanno anche evidenziato una coesistenza dei reperti veneti con quelli romani almeno fino al II sec. d.C.; lo stesso vale per la scrittura.
Andrebbe quindi rivista anche la questione dei materiali di Làgole, dove si trovavano reperti romani in strati inferiori a quelli veneti: potrebbe non trattarsi di crolli degli strati gessosi, ma piuttosto di un uso degli oggetti venetici molto più prolungato nel tempo.
Lo scavo del Monte Calvario ha rimesso in discussione la data della sostituzione della scrittura venetica con quella latina (ca. I sec. a.C.): oggetti iscritti in venetico si trovano nello stesso strato di monete del II sec. d.C. Questa situazione sembrerebbe confermata da una patera (piatto) del II sec. d.C., rinvenuta in Carnia, con un’iscrizione in venetico.
La persistenza del venetico nell’area alpina potrebbe essere spiegata con il suo uso in un territorio molto esteso, dal Veneto all’Austria fino all’Istria, comprendendo tutto il Friuli Venezia Giulia: una lingua e una scrittura che permettevano di commerciare tra popolazioni di etnie diverse e che difficilmente potevano essere sostituite rapidamente dal latino. Una maggiore durata del venetico consentirebbe inoltre di spiegare la nascita della scrittura runica, come già ipotizzato da alcuni studiosi.
D’altra parte, la presenza di denari d’argento romani — paga del legionario — già dal II sec. a.C. ad Auronzo, Lozzo e Pieve testimonia contatti precoci con Roma. Va inoltre segnalata la presenza, ad Auronzo (Gianni Pais), di una moneta di Tolomeo V (204–180 a.C.), indice di commerci con Aquileia, che fin dalla sua fondazione (181 a.C.) fu il principale porto per gli scambi con Alessandria d’Egitto (Gorini).
Abitazioni di tipo romano sono attestate dal I sec. d.C. a Pieve, Valle e Lozzo, alcune delle quali dotate di riscaldamento ad ipocausto, segno di un certo livello di ricchezza.
L’unica gens attestata in Cadore, grazie alla lapide rinvenuta a Valle, è quella dei Saufei, appartenente alla tribù Claudia. I Saufei provenivano da Preneste (Lazio) ed erano la famiglia più importante della città almeno fino alla guerra civile dell’82 a.C.; in seguito non compaiono più esponenti della famiglia in incarichi di rilievo.
Un ramo della gens si trasferì a Roma, dove un Lucio Saufeio fu nominato magistrato monetale tra il 165 e il 150 a.C. Alla fine dell’Ottocento, al museo di Pieve era esposta una sua moneta (Antonio Genova, vedi bibliografia), rinvenuta in Cadore; un’altra è stata trovata a Sedico.

A Roma, in età repubblicana, i Saufei non raggiunsero spesso incarichi di rilievo (due tribuni e un questore). La gens si dedicò poi ai commerci: era presente a Delo, Minturno, Atene e in Toscana, occupandosi di varie attività, tra cui il commercio degli schiavi. In età imperiale è attestata anche ad Aquileia, Verona, Vicetia, Tarvisium, Patavium e Altinum.
L’iscrizione di Valle è datata al II sec. d.C., ma ciò non esclude una presenza più antica dei Saufei nel territorio. Sulla base della lapide si è ipotizzato che il Cadore facesse parte del municipium di Iulium Carnicum, assegnato alla tribù Claudia. Tuttavia, non esiste alcuna iscrizione che colleghi direttamente il Cadore a Iulium Carnicum; per questo il prof. Carlo Anti ipotizzò che a Valle fosse situato il municipium di Berua, tuttora non individuato con certezza.
Il rinvenimento di un’iscrizione che sembrava attribuire Berua alla tribù Scaptia aveva inizialmente escluso questa ipotesi, indicando possibili sedi a Vicenza o Bolzano. Tuttavia, una scoperta più recente ha assegnato definitivamente Berua alla tribù Claudia, eliminando il conflitto con la lapide di Valle. Un ulteriore indizio è dato dalle iscrizioni confinarie sul Civetta con la dicitura FIN IUL BEL (confine tra Iulienses e Bellunati). Il prof. Gregori ha proposto interpretazioni alternative, ritenendo non sufficientemente provata l’appartenenza del Cadore a Iulium Carnicum.
In ogni caso, la notevole distanza (fino a circa 70 km) tra il territorio cadorino e il municipium avrebbe probabilmente comportato una certa autonomia amministrativa.
Una delle principali risorse economiche del Cadore era verosimilmente il legname, indispensabile per le grandi strutture termali romane: lo dimostra l’iscrizione di Belluno dedicata a Carminio Pudente, protettore dei dendrofori e dei Catubrini.
L’allevamento di ovicaprini, bovini e cavalli è attestato dai reperti ossei rinvenuti sul Monte Calvario e a Làgole; risultano invece assenti pollame e suini. Gli animali selvatici fornivano le pelli, le pecore la lana e le mucche il latte. L’agricoltura garantiva raccolti modesti, probabilmente integrati da una discreta produzione di frutta, tra cui l’uva. È possibile che molti uomini si arruolassero come soldati, riportando al ritorno modeste ricchezze.
Lo sfruttamento dei giacimenti minerari non risulta documentato: i Romani preferivano importare metalli in grandi quantità dall’estero, come tributi o a basso costo.
Con l’inizio delle incursioni lungo il limes, le Alpi assunsero un ruolo difensivo. Nel 260 d.C. l’imperatore Gallieno decise di fortificare le montagne con torri di avvistamento e piccole guarnigioni, incaricate di segnalare rapidamente eventuali attacchi alla pianura. La loro presenza portò probabilmente un certo beneficio economico alle popolazioni locali, oltre a una relativa protezione.
Non si rilevano tracce archeologiche di distruzioni in Cadore: le strutture di età romana appaiono piuttosto abbandonate e spogliate già in antico. Rimangono invece dubbi sulla sorte dei santuari pagani: furono abbandonati o distrutti con l’avvento del cristianesimo? Le tradizioni sembrano suggerire la seconda ipotesi, ma le prove archeologiche non sono ancora decisive.
Per quanto riguarda la viabilità, non si prende qui posizione sul tracciato della via Claudia Augusta (da Altino al Danubio). È però evidente che un percorso lungo il paleoalveo del Piave esistesse già prima dei Romani e che questi abbiano probabilmente migliorato tracciati preesistenti (come nel caso della via Annia). La presenza dei Saufei, attivi nei commerci tra Cadore e Altino, e la diminuzione dei reperti lungo la Valsugana nel periodo in cui la Claudia Augusta sarebbe transitata rafforzano questa interpretazione.
Resta comunque aperto il dibattito: con ogni probabilità saranno le future scoperte archeologiche a chiarire definitivamente la questione.
Negli ultimi anni gli storici hanno progressivamente messo in discussione il 476 come data d’inizio del Medioevo, osservando come in molte aree d’Italia il controllo romano fosse venuto meno già prima.
Per il Cadore le evidenze sono limitate: le monete del V secolo sono estremamente rare, suggerendo una possibile assenza dell’esercito romano. Le leggende sulle distruzioni attribuite ad Attila nel 452 a Gogna, Pieve e in altre località fanno pensare al passaggio di popolazioni “barbare”, ma non esistono prove archeologiche dirette.
Le abitazioni romane risultano abbandonate già dal IV secolo a Lozzo, Pieve e Valle; solo alcuni siti di Auronzo indicano una continuità insediativa e contatti con il Norico. Studi recenti ipotizzano che, con l’aumento delle invasioni nel Norico, una parte della popolazione si sia spostata verso sud.
Non vi sono prove della presenza dei Goti nel V secolo, mentre l’influenza longobarda tra VI e VII secolo è documentata dalle sepolture di Domegge, Pieve e Auronzo.
Con la conquista franca, alla fine dell’VIII secolo, il territorio viene organizzato in marche e contee, ma le notizie sul Cadore restano scarse. Nel 923 Berengario I assegna al vescovo di Belluno le decime del Cadore. Un diploma di Ottone II (923–974), probabilmente autentico ma interpolato, contiene la prima menzione del comitato del Cadore.
Nel XII secolo emergono i da Camino: nel 1175 acquistano il castello di Botestagno e nel 1235 promulgano gli statuti delle Regole cadorine. Successivamente il territorio passa sotto il controllo del Patriarcato di Aquileia fino al 1420, quando il Cadore si sottomette a Venezia.
Fino a pochi decenni fa la Val d’Ansiei non offriva prove di un popolamento in età romana, nonostante già nel Seicento Giovanni Candido ricordasse la presenza di «vestigia d’antichità» ad Auronzo.
Le scoperte moderne, avviate grazie alle indicazioni di Gianni Pais e alle ricerche sul campo, hanno invece radicalmente cambiato il quadro: oggi si può affermare che la valle fosse abitata almeno dal II sec. a.C. e in modo continuativo fino all’età contemporanea.
Il santuario del Monte Calvario suggerisce che l’insediamento preromano principale fosse nell’area tra piazza Santa Giustina e il monte, con altri nuclei lungo la valle. Tradizioni locali, come quella del “cimitero dei pagani” a Malon, hanno trovato conferma archeologica nei ritrovamenti ceramici.
Le strutture individuate, tra muri a secco e terrazzamenti, indicano una frequentazione significativa del territorio. A ciò si aggiungono ritrovamenti monetali che coprono diversi secoli, suggerendo una continuità di vita e attività.
Nel complesso, le evidenze mostrano un picco di frequentazione tra I sec. a.C. e I sec. d.C., una lieve flessione nel II sec. d.C. e una progressiva rarefazione dopo il IV–V secolo.