DOMEGGE
appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti
(ultima revisione, 18 giugno 2026)

Il testo seguente è tratto da un articolo pubblicato su Il Cadore il 17 agosto 2015, relativo ai ritrovamenti archeologici a Domegge, davanti alla chiesetta di San Giuseppe, in occasione dei lavori della piazza.
I lavori di rifacimento della piazza di Domegge, che da alcuni mesi stanno interessando il centro storico, hanno rivelato tracce di un insediamento molto antico, che potrebbe risalire addirittura alla prima età del ferro (IX–VI secolo a.C.).
In questa occasione le sorprese non sono emerse, come ci si aspettava, dall’area della storica ex Locanda al Sole (indicativamente a metà strada tra municipio e cinema San Giorgio), dove in passato erano state rinvenute sepolture alto medievali, ma dalla parte antistante la seicentesca chiesetta di San Giuseppe, già di giuspatronato della locale famiglia Nardei, proprio di fronte al municipio, dove si è scavato fino a una profondità di 130 cm dal piano stradale e dove, nello strato più profondo, sono stati rinvenuti frammenti di vasellame di ceramica domestica e parti di anelloni con incavi a depressione (taralli), usati in cucina come appoggio per le pentole, testimonianze di una presenza umana stabile nella zona fin dall’antichità.
Ubicato in area quanto mai centrale e accessibile, lo scavo ha attratto l’interesse dei cittadini che così hanno potuto seguire da vicino giorno dopo giorno il lavoro minuzioso dell’archeologo, e anche per soddisfare la loro la curiosità e desiderio di sapere l’Amministrazione comunale ha organizzato con la Soprintendenza Archeologia del Veneto e la collaborazione del Gruppo Archeologico Cadorino una serata per la presentazione dei dati preliminari, che si è tenuta il 21 luglio scorso presso la sala consiliare, alla presenza di un pubblico numeroso e attento.
La cautela è d’obbligo, ha esordito la dott.ssa Carla Pirazzini, funzionaria di zona della Soprintendenza Archeologia, nell’esporre le prime ipotesi di datazione dei ritrovamenti, perché ad una prima valutazione questi oggetti appaiono della prima età del ferro, anche se allo stato attuale delle indagini una loro datazione certa non è ancora possibile. Serve cautela perché i materiali dei rinvenimenti in area alpina hanno dei problemi particolari: restano in uso per più secoli rispetto a materiali uguali o simili trovati in centri di pianura, e hanno forme che talvolta si ripropongono anche in epoche più tarde.
Capire se questi oggetti di uso quotidiano risalgono a circa 3000 anni fa, o se si tratta di utensili tornati in uso, con le medesime caratteristiche, nel tardo antico, ultimo periodo dell’impero romano, è un interrogativo che potrà ottenere risposta solo da un ulteriore studio dei reperti, o, in ultima istanza, dall’analisi al carbonio 14 dei carboni ritrovati in loco, attraverso la quale è possibile datare in modo alquanto preciso materiali di origine organica. Operazione dal costo non eccessivo, per la quale servirà comunque reperire i fondi necessari.
La funzionaria ha quindi elencato, mediante una carta archeologica predisposta assieme a Davide Pacitti, archeologo al quale il Comune ha affidato la sorveglianza dei lavori della piazza e lo scavo antistante la chiesetta di San Giuseppe, i rinvenimenti avvenuti a più riprese in zona e i siti principali:
- Nel 1800 un’ ascia e un falcetto (XIII–XII secolo a.C.) ritrovati in località Crodola, tra Domegge e Vallesella, materiali oggi considerati dispersi.
- L’elmo di Vallesella, di tipologia celtica (metà IV–metà III secolo a.C.), attualmente esposto nella mostra Celti sui monti di smeraldo visitabile fino al 31 ottobre presso il Museo Civico di Zuglio Carnico, ritrovato nel 1917 a Pegnola.
- Sepolture a inumazione scoperte nel 1954 nell’area dell’ex locanda Al Sole da Enrico De Lotto, il medico umanista che con Giovanni Battista Frescura era stato promotore della campagna di scavi a Làgole negli anni 1949–1952;
- Nel 2004 in zona limitrofa, in occasione di lavori pubblici, due sepolture alto medievali scavate dall’archeologo Pacitti, sotto la direzione scientifica della dott.ssa Giovanna Gangemi. Tra gli altri reperti, un pregevole pettine a corredo di sepoltura, che attualmente si trova ancora presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto;
- Rinvenimenti a Pian Pocòl (l’attuale isola nel lago di Centro Cadore): probabili corredi funerari risalenti al V–VII secolo d.C.
Si tratta di ritrovamenti che testimoniano di periodi diversi uno dall’altro e che non consentono di tracciare un quadro chiaro della storia archeologica di Domegge, ai quali si aggiungono quelli provenienti dallo scavo odierno, preceduti nel 1993 da rinvenimenti di stratificazioni contenenti carboni – per le quali però non è mai stata appurata datazione – segnalate da Eugenio Padovan nelle vicinanze (primo stralcio lavori piazza, zona farmacia). Quello che è certo, ha concluso la dott.ssa Pirazzini, è che a Domegge ci potrebbe essere ancora molto da scoprire.
La parola è passata poi all’archeologo Pacitti, che ha descritto con il supporto di immagini, le varie fasi dello scavo, avviato a seguito di una segnalazione dell’arch. Lucio Boni, responsabile dei lavori della nuova piazza. Le indagini stratigrafiche condotte dal professionista hanno documentato la rimozione dello strato di riempimento moderno fino al raggiungimento di quello più antico, con la presenza di un muro di contenimento del pendio digradante verso la chiesetta, dove erano probabilmente situate delle abitazioni e forse una struttura produttiva di oggetti in terracotta; la presenza di molti carboni raccolti in una buca e di taralli (anelloni) con difetti di cottura, probabili scarti di lavorazioni, autorizzano l’ipotesi.
In rappresentanza del Comune era intervenuto in apertura il vicesindaco arch. Giuseppe Cian per affermare che conoscere e capire di più le origini del paese costituiscono temi ai quali l’Amministrazione comunale di Domegge è da sempre sensibile (… compatibilmente con costi e tempi), e per ringraziare il Gruppo Archeologico Cadorino per la sua attiva presenza e disponibilità alla collaborazione.
Al riguardo, l’associazione – sorta nel 1996 e di fatto operante su tutto il territorio storico del Cadore – osserva che:
Domegge si sta confermando paese abitato stabilmente fin dall’antichità; con la prematura scomparsa del dottor De Lotto negli anni Sessanta del secolo scorso è venuta a mancare un’importante figura di riferimento per il paese e ben poco, per non dire nulla, è emerso dall’imponente attività edilizia privata degli ultimi cinquant’anni.
Un primo auspicio è che se in questo lungo periodo qualcuno avesse visto, sentito o trovato qualcosa che abbia attinenza con l’archeologia sarebbe importante che lo segnalasse, con modalità da stabilire con la Soprintendenza, contribuendo ad aggiungere qualche tessera al puzzle della nostra storia antica, per capire meglio chi siamo e da dove veniamo.
Nei confronti dell’Amministrazione comunale l’auspicio è che molta attenzione venga posta nei movimenti di terra di qualsiasi tipo, sia che si tratti di lavori pubblici o privati, inclusi quelli attinenti agli antichi percorsi al di fuori dell’abitato, messi a rischio da lavori boschivi particolarmente invasivi.
Una proposta potrebbe riguardare la possibilità di segnalare al Gruppo Archeologico ogni nuovo inizio lavori e consentire una discreta sorveglianza, anche a distanza, senza l’ingresso nei cantieri e senza arrecare disturbo agli stessi. Potrebbe risultare utile allo scopo l’apertura di piccole finestre nelle recinzioni che celano completamente alla vista i cantieri, come avviene in alcuni Stati esteri.
E infine un ringraziamento alla funzionaria di zona della Soprintendenza dott.ssa Carla Pirazzini, che anche in questa occasione ha dato prova di sensibilità e disponibilità al confronto e alla divulgazione. Giovanna Deppi – GAC

Nel 2016 la rivista Archeologia Veneta ha pubblicato un saggio dedicato agli scavi di Domegge, a cura della dott.ssa Carla Pirazzini e dell’archeologo Davide Pacitti.
Abstract: Nell’estate del 2015, durante lavori di riqualificazione nel centro urbano di Domegge , nel sagrato antistante alla chiesetta seicentesca di San Giuseppe sono emersi resti di elementi in parte riferibili alla costruzione della chiesa o a rifacimenti della pavimentazione stradale, in parte relativi a strutture precedenti, consistenti in una fossa di scarico, addossata a una struttura di contenimento. Tra i materiali recuperati dal contesto, oltre a scaglie litiche, molto numerosi risultano gli anelli fittili frammentati, in alcuni casi decorati a impressioni digitali. Meno abbondanti sono i frammenti di recipienti di uso domestico, quali olle, scodelle e scodelloni – coperchi. Più rari sono i resti osteologici faunistici, mentre risultano diffusi in tutti i livelli i frammenti di carbone. Questi ultimi, analizzati con il metodo del radiocarbonio, hanno fornito una datazione tra VIII e V secolo a.C.
Nel territorio di Domegge sono stati rinvenuti materiali di notevole interesse, seppur non particolarmente numerosi. Il recupero, in una cava in località Crodola (801 m), di un falcetto e di un’ascia ad alette in bronzo, databili al XIII–XII secolo a.C., costituisce la più antica attestazione di frequentazione umana documentata per il Centro Cadore.
Un ulteriore reperto di particolare interesse è costituito da un elmo in ferro rinvenuto a Pegnola (Vallesella), databile al IV–III secolo a.C. Uno studio condotto dalla dott.ssa Gambacurta ne propone il confronto con esemplari analoghi provenienti da Lozzo, Calalzo e Pozzale, evidenziando l’esistenza di una tipologia omogenea. Il raffronto con materiali dell’Italia settentrionale e dell’area transalpina consente inoltre di ipotizzare che, pur in presenza di affinità con reperti celtici della Valle del Gail, si tratti verosimilmente di produzioni locali. Tale interpretazione suggerisce l’esistenza di attività metallurgiche in loco, ipotesi che solo in tempi relativamente recenti sarebbe stata considerata poco plausibile. L’elmo è stato inoltre esposto alla mostra di Trento Guerrieri, principi, eroi.
Sono state inoltre rinvenute monete databili tra l’età di Vespasiano (69–79 d.C.) e quella di Marco Aurelio (161–180 d.C.), provenienti da diverse località del territorio, tra cui il Colle di Medol, Vinchia e Casa De Bernardo.
Nel centro di Domegge, di fronte all’ex locanda al Sole, è stata individuata una sepoltura con tre individui inumati (due adulti e un subadulto), deposti in posizione supina con il capo orientato a nord. Il corredo funerario era costituito da una collana con perle in pasta vitrea, un orecchino in argento, un’armilla e una catenina in bronzo; il complesso è databile al VI–VII secolo d.C.
Nel corso di lavori lungo la strada statale, finalizzati alla posa della rete del metano, è stato rinvenuto un cranio umano in prossimità del medesimo sito; tale evidenza consente di ipotizzare la presenza di un’area sepolcrale, verosimilmente riferibile a una necropoli.

Lavori edilizi condotti nel 2004 hanno consentito, anche grazie alla vigilanza del Gruppo e del funzionario della Soprintendenza di Padova, di confermare la presenza dell’area sepolcrale. Un’ulteriore necropoli, secondo le informazioni raccolte, sarebbe stata ubicata nell’area posta a est della chiesa: agli inizi del Novecento, in località Le Cioupe, furono infatti rinvenuti due individui associati a elementi in bronzo, verosimilmente pertinenti a armature.
Nel corso di lavori eseguiti in via Trieste 6 furono rinvenuti due o tre individui in connessione anatomica, associati a corredi costituiti da vasi in terracotta a impasto rosso e giallo, resti faunistici e una catena con collare. I materiali ceramici furono temporaneamente depositati presso la scuola locale, per poi andare successivamente dispersi.
Nel 1865 venne inoltre individuato un cranio, accompagnato da un corredo composto da uno spillone e da una piastra circolare. Quest’ultima presentava una decorazione a dieci raggi, realizzati mediante file di piccole globulazioni disposte lungo l’intera circonferenza; un filo metallico attorcigliato alla piastra sosteneva un pendente in vetro bianco e celeste.
L’area risulta prossima al Col de Medol, dove, oltre ai rinvenimenti monetali, è segnalata la presenza di strutture murarie in corrispondenza del luogo di rinvenimento. Dal versante del colle rivolto verso la chiesa sgorgava inoltre una sorgente di acqua solforosa (?), che attraversava i prati di Cioupe per poi confluire nel Piave.
Va infine segnalata l’area di Facen, sul versante opposto del lago, dove De Bon aveva raccolto notizie relative al rinvenimento di sepolture ad inumazione prive di corredo, da lui attribuite al Medioevo. L’area si presenta articolata in ampi terrazzi ben esposti; il toponimo è forse di origine retica, riproponendo così la questione delle componenti culturali attestate nel Cadore in età preromana.
Isola del lago – artificiale – di Pieve di Cadore

Secondo il topografo Alessio De Bon, una strada preromana collegava Domegge di Cadore all’isola del lago e proseguiva verso la località Rauza di Sottocastello, lungo Pian dele Ere, grazie a un ponte che attraversava il Piave in località Tras, nel tratto in cui il fiume scorreva incassato tra le rocce. La strada continuava poi verso Caralte.
Recenti ritrovamenti archeologici sembrano confermare non solo la presenza di questa viabilità, ma anche l’ipotesi che l’isola costituisse uno dei primi e più importanti insediamenti paleoveneti in Cadore: una teuta (termine celtico indicante una comunità) a carattere civile e religioso.
Quella che, prima della formazione del lago, era un’altura posta al centro della Val Piave, doveva probabilmente rappresentare la sede politica, mentre Làgole ne costituiva il centro religioso. Domegge (Duemilia) potrebbe dunque trarre il proprio nome dall’esatta distanza — due miglia — che la separa dall’isola, ritenuta il centro principale