VALLE DEL BOITE

appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti

a cura di G. Zandegiacomo S., maggio 2020

(ultima revisione, 31 maggio 2026)

Fino a pochi anni fa, la Val Boite risultava quasi priva di testimonianze archeologiche significative. Le uniche evidenze note erano sporadiche: una moneta bronzea romana di età traianea (98–117 d.C.) rinvenuta a Cortina, insieme ad altri manufatti non sistematicamente raccolti; una moneta aurea di Zenone Isaurico (474–476 d.C.) a San Vito; e una statuetta in bronzo alta circa 20 cm proveniente da Vodo.
Proprio da Vodo si diparte la strada che conduce a Zoppè, località dove la tradizione colloca un altro presunto “porteà dei pagane” (cimitero dei pagani) in area Ciandolada. Tuttavia, le ricerche già condotte nell’Ottocento non avevano prodotto risultati concreti. La posizione stessa di Zoppè, crocevia tra la Val Zoldana, il Cadore e la Val Fiorentina, suggerisce tuttavia un ruolo potenzialmente rilevante nei traffici antichi, in particolare legati ai metalli.
Sempre la tradizione popolare attribuisce alla località Fies (Zoppè) la presenza di un castello, mentre a Borca il toponimo Soteciastel, lungo un sentiero che conduce anche verso Zoppè, sembra conservarne un’eco. Più in generale, l’area alla sinistra del Boite è ricca di leggende relative ad antichi insediamenti, che avrebbero accolto popolazioni in fuga dalla distruzione dell’abitato di Gogna (Auronzo). A questo proposito, gli scavi condotti da Giuseppe Pais hanno recentemente dimostrato come tali narrazioni popolari siano fondate, almeno in parte, su dati reali.
Un contributo decisivo alle conoscenze archeologiche è derivato negli ultimi anni dalla sorveglianza del territorio svolta, tra gli altri, dal nostro iscritto Daniele Lucia e dalle Regole locali. Tra i risultati più rilevanti si segnala il ritrovamento delle due iscrizioni venetiche di Mondeval.
Ulteriori scoperte, avvenute nel 2008 e nel 2009 grazie anche alla collaborazione dei cittadini, hanno confermato la presenza di un insediamento di età romana a San Vito di Cadore. La prima emerse durante i lavori di rettifica della strada statale Alemagna, che portarono alla luce i resti di un’abitazione romana; la seconda, nel corso della realizzazione di una strada di accesso alle seggiovie, fece emergere strutture riferibili a un villaggio tardoantico.
Anche i restauri della chiesa di San Floriano hanno fornito nuove evidenze: l’edificio sacro risulta infatti impostato su strutture abitative tardoantiche.
Da queste premesse è nato il progetto CEDNEA (Centro Espositivo e di Documentazione Naturalistica, Etnografica e Archeologica), frutto della collaborazione tra Union Ladina d’Oltreciusa, amministrazione comunale e Regole di San Vito di Cadore. Il progetto ha consentito una sistematica mappatura delle evidenze storiche del territorio. Tra i siti più significativi si segnala Prà Comun, sul Passo Giau, oggetto di scavo nel 2019.
I risultati preliminari risultano particolarmente rilevanti: l’area ha restituito tracce di frequentazione in diverse epoche, dal mesolitico alla protostoria, fino al periodo compreso tra il V e il VII secolo d.C.
Maggiori informazioni sono disponibili sul sito: http://www.cednea.it/, dove i primi quattro video documentano le attività di scavo del 2019.
A completare il quadro, si segnalano anche il rinvenimento di due monete romane a Vinigo e l’individuazione di numerosi siti preistorici nel territorio.
A Cortina d’Ampezzo le novità risultano ancora limitate. Alcune campagne di scavo condotte nell’area di Botestagno hanno restituito un frammento di ceramica a vernice nera, databile all’età romana; tuttavia, il reperto è privo di un preciso contesto stratigrafico, circostanza che ne limita significativamente il valore interpretativo.


Il villaggio romano di San Vito

 

Durante alcuni lavori lungo la strada che conduce alla partenza della seggiovia sono emerse, a circa tre metri di profondità, estese stratificazioni nerastre per una lunghezza di oltre un centinaio di metri, al cui interno erano presenti frammenti di terracotta antica. Sono state inoltre individuate buche di palo, elemento che ha fatto ipotizzare la presenza di un insediamento sviluppato sul conoide alluvionale, successivamente sepolto da una frana. Le successive indagini archeologiche hanno confermato questa interpretazione, portando anche al rinvenimento di grandi quantità di materiale fittile deposto in apposite fosse, i cosiddetti butti.
Le evidenze suggeriscono che le abitazioni fossero sopraelevate rispetto al piano di calpestio, sostenute da piccoli pilastri in pietra — una soluzione costruttiva simile a quella dei tabià — mentre le aree destinate alle attività produttive poggiavano direttamente sul terreno ed erano realizzate con strutture lignee.

L’abitazione romana di San Vito

 

Il rinvenimento si deve all’attenzione del signor Dario Dall’Olio, che notò una stratificazione di terreno nerastro e provvide ad avvisare il funzionario della Soprintendenza, Eugenio Padovan, prontamente intervenuto sul posto. Le prime verifiche permisero di individuare frammenti di terracotta antichi e resti di strutture visibili in sezione.
Lo scavo archeologico, affidato alla ditta Pacitti, ha restituito risultati particolarmente significativi: sono emersi i resti di una struttura di età imperiale, attribuzione confermata anche dal ritrovamento, sul piano pavimentale, di una moneta bronzea del IV secolo d.C., oltre a un orecchino in bronzo e numerosi frammenti ceramici.
La presenza di legni carbonizzati suggerisce che l’abbandono dell’edificio possa essere stato causato da un incendio. La struttura presenta un pavimento in battuto di malta e risulta in parte compromessa a causa di interventi meccanici precedenti, che ne hanno danneggiato una porzione.

La chiesa di San Floriano a San Vito

 

L’ex chiesa di San Floriano si trova in località Chiappuzza, lungo la via Regia. Il restauro del rudere, promosso dalle Regole di San Vito, ha riservato importanti sorprese dal punto di vista archeologico.
Con ogni probabilità si tratta del più antico edificio religioso della Val Boite; la prima attestazione documentaria della chiesa risale al 1277.
La prima campagna di scavo, condotta nel 2006, ha permesso di ricostruire le diverse fasi edificatorie del complesso. Una seconda indagine, realizzata nel 2009, ha portato alla scoperta di un insediamento sottostante ai ruderi, attivo dalla tarda età romana fino all’Alto Medioevo.
Tra i reperti più significativi si segnala una moneta databile tra il 250 e il 300 d.C., utile per l’inquadramento cronologico delle fasi più antiche del sito. Le evidenze indicano che il villaggio preesistente fu distrutto e successivamente sepolto in occasione della costruzione della chiesa.
Per un approfondimento si veda:

Ruderi della chiesa di San Floriano.


La statua di Vodo

La statua è senz’altro il reperto più significativo finora rinvenuto. Fu scoperta ai piedi del Col Tondo (o Col Bonel) durante lavori per una segheria.Inizialmente, a causa dell’assenza di un contesto stratigrafico, venne ritenuta un falso e genericamente catalogata come Vittoria alata, venendo conservata presso la Soprintendenza di Padova. In seguito, grazie all’interessamento della nostra iscritta Antonia Pinazza, è stata concessa l’esposizione al museo di Pieve.
Un riesame ha portato a rivedere l’interpretazione: la figura sembrerebbe tenere per mano un secondo personaggio, facendo ipotizzare un Lare, divinità spesso associata agli incroci stradali. Il luogo del ritrovamento, lungo il tracciato della via Regia, appare coerente con questa lettura.
Nel 2015 la Magnifica Comunità di Cadore ha promosso uno studio per verificarne l’autenticità. I risultati restano tuttora incerti: accanto a elementi riconducibili alla produzione romana, permangono caratteristiche insolite, e anche le analisi del metallo non hanno fornito risposte definitive.


Clicca qui per la relazione della Soprintendenza sul restauro del bronzetto alato di Vodo di Cadore, 2020.


Le iscrizioni venetiche di Mondeval

 

L’assoluta mancanza di reperti preromani è stata recentemente smentita grazie alle scoperte di appassionati ricercatori locali, tra cui i nostri iscritti Daniele Lucia, Del Favero Lino e Belli Corrado.
Nell’area di Mondeval sono state inizialmente rinvenute due pietre; una di esse, recante un’iscrizione venetica, è stata esposta alla mostra AKEO di Montebelluna. Riportiamo qui una sintesi della descrizione fornita dalla professoressa Mariagrazia Lui, che ha potuto esaminare i reperti a San Vito insieme alla professoressa Marinetti, alla dottoressa Cangemi e al soprintendente per i beni archeologici del Veneto, dott. Malnati.
La prima pietra, in arenaria, presenta dimensioni ridotte (circa 18–23 cm per lato e uno spessore di 4–5 cm) ed è stata danneggiata in tempi recenti su più lati. La superficie iscritta è invece frutto di una lavorazione accurata, probabilmente realizzata mediante martellinatura. Alla base si osservano tracce di lavorazione tali da far ipotizzare che la pietra fosse originariamente collocata in posizione verticale, forse infissa nel terreno.
L’iscrizione, disposta lungo uno dei lati, è chiaramente mutila e conserva oggi nove lettere leggibili, incise con grafia locale (cadorina), regolare e ben definita. L’interpretazione più condivisa è quella di un patronimico al nominativo, traducibile come Kikānios (figlio di Kikanio). L’assenza di un contesto archeologico certo non consente tuttavia di definirne con precisione la funzione (votiva, funeraria o altro).
La seconda pietra appare meno significativa dal punto di vista epigrafico: presenta incisioni profonde di epoca recente (lettere e segni geometrici, tra cui un cerchio tracciato a compasso). Tuttavia, su una seconda superficie si osserva una preparazione accurata del supporto e una fitta serie di segni filiformi, probabilmente realizzati con strumenti litici o metallici, che richiamano confronti con materiali noti in ambiti alpini, come la Valcamonica o Wurmlach.
A seguito di queste scoperte, l’attività di Daniele Lucia ha portato alla creazione di una piccola cellula museale per l’esposizione dei reperti e all’organizzazione di un convegno dedicato. Nel corso di una successiva visita all’area di rinvenimento, uno dei partecipanti ha individuato un’ulteriore pietra con incisioni venetiche, confermando che non si tratta di un ritrovamento isolato, ma di un contesto più articolato.
Le ipotesi interpretative più accreditate rimandano a funzioni di delimitazione territoriale o di segnalazione lungo antichi percorsi; tuttavia, non si possono escludere a priori possibili valenze cultuali.