LAGOLE, CALALZO
appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti
(ultima revisione, 29 giugno 2026)

Il suggestivo scenario naturalistico di Làgole, situato sulla sponda destra del Piave nell’area di Centro Cadore, è caratterizzato dalla presenza di fonti termali, rigagnoli e piccoli laghi, inseriti in un ambiente di bosco rado di conifere.
Questo contesto suscitò interesse fin dall’antichità per le proprietà terapeutiche delle acque, come testimoniano i numerosi ritrovamenti archeologici riferibili a un luogo di culto frequentato dal VI secolo a.C. fino al IV secolo d.C. L’area sacra, collocata lungo un’importante direttrice di transito attraverso le Alpi, assunse progressivamente i caratteri di un santuario, divenendo il principale centro cultuale della regione. Essa svolse inoltre un ruolo significativo anche nella vita politica della comunità locale, come indicano le numerose dediche pubbliche.
Le iscrizioni in lingua paleoveneta evidenziano chiaramente il carattere iatrico del culto e la sua forte radicazione territoriale: la divinità Tribusiati/Trumusiati è qualificata come sanante e il suo nome sembrerebbe contenere, nella radice -mus, un riferimento all’umidità, in diretto rapporto con le caratteristiche del luogo.
Tra i reperti più rappresentativi del rituale si distinguono i simpula, mestoli utilizzati per le libagioni o per l’assunzione dell’acqua, che al termine del rito venivano spezzati. Alcune categorie di oggetti consentono inoltre di cogliere il ruolo e lo status sociale degli offerenti, i cui nomi, nelle dediche, risultano in prevalenza maschili.

Particolarmente significative sono le statuette di guerrieri nudi, raffigurati con scudo e lancia in posizione di riposo, diffuse lungo tutto l’asse del Piave. Esse sottolineano il ruolo strategico di questa direttrice verso nord-est.
Altri donativi di rilievo sono le lamine in bronzo cosiddette “a pelle di bue”, documentate lungo un itinerario che, dalle coste della laguna veneta, giungeva fino a Gurina, in Austria, dove era attivo un santuario-emporio strettamente legato al commercio dei metalli.
In questo sistema di scambi a lungo raggio, Làgole si configurò come una tappa obbligata, svolgendo non solo funzioni cultuali, ma anche un ruolo commerciale e probabilmente di riferimento per attività fondamentali per il territorio, come l’allevamento e la pastorizia.
In età romana, il santuario mantenne una sostanziale continuità: i Romani, infatti, rispettarono e integrarono le pratiche cultuali preesistenti. Il nome della divinità titolare venne progressivamente assimilato a quello di Apollo, che ne condivideva le attribuzioni, mentre continuarono a essere utilizzati gli oggetti rituali tradizionali.
La frequentazione del santuario cessò tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C., probabilmente in conseguenza dell’Editto di Tessalonica. Non è tuttavia chiaro se il sito sia stato distrutto o semplicemente abbandonato. È certo, invece, che Làgole, grazie alle sue sorgenti, continuò a essere frequentata come luogo legato alla cura del corpo.
Gli scavi

Tra il 1949 e il 1961 Làgole fu oggetto di sistematiche ricerche archeologiche, condotte dagli studiosi cadorini Giovan Battista Frescura ed Enrico De Lotto, con la collaborazione del giovane Adelmo Peruz e sotto la direzione della Soprintendenza alle Antichità delle Venezie. In quegli anni vennero portati alla luce reperti di straordinaria importanza, oggi conservati ed esposti al Museo Archeologico Cadorino (MARC), che hanno suscitato l’interesse della comunità scientifica internazionale.
A partire dal 2014, grazie all’iniziativa del Comune di Calalzo e della Magnifica Comunità di Cadore, le ricerche archeologiche sono riprese sotto la direzione della Soprintendenza Archeologia del Veneto, contribuendo ad arricchire in modo significativo le conoscenze su questo straordinario luogo di culto (De Bon, 2018).
Un santuario tra le Dolomiti

Il comune di Calalzo conserva il sito preromano più importante del Cadore: il santuario di Làgole. Nel 2001, a cinquant’anni dall’avvio degli scavi condotti da Giovan Battista Frescura ed Enrico De Lotto, è stato finalmente pubblicato il catalogo dei materiali rinvenuti, oggi conservati presso il Museo Archeologico Cadorino (MARC) di Pieve di Cadore.
La pubblicazione ha confermato che il santuario ebbe origine nel IV secolo a.C., anche se alcuni reperti risalgono già alla fine del V secolo a.C., e rimase in funzione fino alla fine del IV secolo d.C.
La divinità principale era Trumusiati, il cui nome potrebbe derivare dal toponimo Trumusio/a, da cui si sarebbe formato l’etnico Trumusiati. Il toponimo è stato interpretato come riferito ai “quattro laghetti” (Marinetti). Su questa base si è ipotizzata l’esistenza di un gruppo locale identificabile come “Trumusiati”, non altrimenti attestato dalle fonti.
L’unica possibile raffigurazione della divinità sarebbe una lamina con tre teste; tuttavia, le più recenti interpretazioni linguistiche e iconografiche rendono questa ipotesi piuttosto incerta.

La Fogolari scrive:
Questa lamina si distingue da tutte le altre di Làgole anzitutto per la forma che è rettangolare con i lati perfettamente diritti, ma soprattutto per la singolare raffigurazione. Il riquadro centrale è incorniciato da due cordoncini a sbalzo, come è d’uso, ma la cornicetta è priva di qualsiasi decorazione. La cornice della parte superiore ha una rottura irregolare al centro. II foro rotondo che rimane nella parte inferiore della rottura doveva contenere un chiodo che fissava l’appiccagnolo o servire direttamente per l’affissione. Nel riquadro sono riprodotte tre piccole teste disposte al centro su di una linea leggermente curva all’insù e quattro rosette disposte ai quattro angoli. Le rosette sono ben leggibili; constano di un punto più grosso sbalzato al centro circondato da tre più piccoli. Questo motivo è ottenuto con un punzone. Le teste uguali fra loro, anch’esse eseguite con punzone, sono meno evidenti. Tuttavia, mediante un punzone eseguito ora, si riesce a distinguere i capelli che circondano la faccia nella quale sono indicati un grande naso e due solchi per la bocca e per il mento. Questa raffigurazione è stata interpretata come la possibile presentazione di una divinità tricipite.
In passato si riteneva che l’attributo Sainatei qualificasse Trumusiati come una divinità sanante, anche in relazione alle proprietà cicatrizzanti delle acque di Làgole. Tuttavia, il rinvenimento di iscrizioni con lo stesso attributo ad Altino ed Este ha condotto Marinetti a reinterpretarne il significato in senso diverso, proponendo il valore di “poliade”, cioè divinità tutelare della comunità locale.
Per lungo tempo si è inoltre ipotizzato che si trattasse di una divinità femminile; tuttavia, il successivo processo di interpretazione romana vede l’assimilazione con Apollo, una divinità maschile. Un passaggio di questo tipo — da una figura femminile a una maschile — risulta relativamente raro e contribuisce a rendere ancora più problematica e aperta l’interpretazione del culto.
La netta prevalenza di raffigurazioni di guerrieri e di dedicanti maschili ha indotto a ritenere sempre più plausibile l’identificazione della divinità principale come maschile. In età romana il santuario accolse anche altre divinità “ospiti”: sono attestati un Giove, due Mercurio, due Marte, quattro Ercole, un Lare (oltre ad altri due probabili), una Vittoria e, forse, i Dioscuri e Diana.
Secondo Margherita Bolla,
in epoca precedente si offrivano alla divinità rappresentazioni dei devoti, mentre in seguito si donano bronzetti degli dei stessi.
Il rito è stato tradizionalmente interpretato come consistente nel bere l’acqua mediante i simpula (mestoli), separarvi il manico dalla coppa e offrire entrambe le parti alla divinità.
Tuttavia, tale interpretazione presenta alcuni elementi di incertezza: la distanza tra il luogo di culto e le sorgenti è infatti considerevole, e anche il rinvenimento, sul Monte Calvario di Auronzo, di simpula iscritti a oltre un chilometro dalla più vicina sorgente ferruginosa solleva interrogativi.
Su questi aspetti il dibattito resta aperto. Gambacurta ha ipotizzato pratiche rituali legate al consumo del vino; Fogolari, al contrario, le escludeva, ritenendo impossibile la viticoltura in Cadore. In realtà, la presenza della vite nelle valli alpine, seppur limitata, è attestata, mentre il cosiddetto “disco di Auronzo”, raffigurante una divinità venetica associata a un grappolo d’uva, sembra confermare l’impiego del vino anche nei rituali di epoca preromana.
Una diversa chiave interpretativa è proposta ancora da Margherita Bolla, almeno per quanto riguarda Apollo:
Fra le molte competenze di Apollo, sembra sia qui in maggiore evidenza quella di “purificatore”, rappresentata dalla frasca di alloro (che liberava dal sangue versato, anche in guerra) e appunto dalla patera. Nel santuario lagoliano, frequentato da uomini che si connotavano come soldati, si praticava forse la purificazione (mediante acqua sorgiva) al ritorno da azioni militari; peraltro anche la partenza per la guerra poteva essere preceduta dal rito della lustratio, che dava protezione preventiva al gruppo di armati.
La valenza purificatrice delle acque di Làgole poteva essere esaltata dalla possibilità di ricorrere a più di una sorgente e completata con il sacrificio di animali, il cui sangue aveva ugualmente valenza liberatoria rispetto alla contaminazione provocata dal sangue dei nemici uccisi.
Qualunque fosse la specifica dinamica del rito, è certo che venivano offerti oggetti votivi: sono stati infatti rinvenuti fibule, statuette, lamine in bronzo, oggetti d’ornamento, vasellame metallico, armi e monete.
Una parte significativa di questi materiali reca iscrizioni, sia in lingua paleoveneta sia in latino; Làgole rappresenta infatti il secondo sito per numero di iscrizioni paleovenete, dopo Este.

Tra le poche fibule preromane rinvenute, due risultano di provenienza istriana, mentre le altre sono riferibili all’ambito celtico; tra gli esemplari di età romana, molti appartengono invece a contesti di ambito militare.
Le statuette di guerrieri consentono di individuare una specifica tipologia, definita “guerriero lagoliano”, generalmente interpretata come il risultato di influenze di matrice ellenistica. È stata inoltre rinvenuta una sola statuetta raffigurante un cavaliere.
Le lamine bronzee sono in gran parte prive di decorazione figurata, caratteristica che accomuna i depositi votivi dell’Italia settentrionale rispetto a quelli dell’area centro-meridionale.
Tra gli oggetti d’ornamento si segnalano sei anelli — due dei quali in argento — oltre ad armille e pendagli, verosimilmente interpretabili come offerte votive.

Tra il vasellame metallico sono presenti situle, lebeti e trulle; un frammento di calderone decorato risale al V a.C., mentre è significativo il ritrovamento a Làgole di
trulle con iscrizioni di un Polibius dell’officina dei Cipii, attiva in area vesuviana nel I d.C., la cui produzione trova uno sbocco commerciale privilegiato in area renana e danubiana e nell’Europa settentrionale tra il 40 e il 70 d.C. … (omissis)… e ricollega la frequentazione dell’area sacra al transito militare e commerciale
(Manuela Brustia).
Sono stati recuperati anche 11 campanelli e una chiave di età romana, oltre ad alcune etichette di piombo da collegare all’attività tessile. Sono presenti colini, manici e coperchi di situle miniaturistici, che dimostrano una produzione di materiale ad uso esclusivo del santuario. Secondo la Bolla:
i gestori del luogo sacro avrebbero dunque venduto periodicamente alla bottega le offerte o parte di esse, in quanto non costitutive della proprietà originaria del santuario e quindi liberamente cedibili purché servissero a accrescere la ricchezza del centro di culto stesso, secondo una pratica ben attestata già nel mondo greco.

Le armi rinvenute (elmi, scudi, spade e lance) sono per lo più di tipologia celtica, con confronti nell’ambito alpino orientale; un gruppo significativo — ben undici esemplari — proviene dal medesimo contesto, suggerendo una possibile deposizione rituale.
Sono stati individuati anche quindici coltelli, oltre ad attrezzi legati al fuoco, probabilmente connessi alle attività di macellazione e consumo di carni, prevalentemente di ovicaprini, come attestano i resti ossei.
La ceramica risulta poco rappresentata ed è in gran parte di età romana, con l’eccezione di alcuni frammenti riferibili alla cultura di Fritzens-Sanzeno (piena età del ferro).
Le monete rinvenute sono complessivamente 58 — di cui 6 in argento e 52 in bronzo — e coprono un arco cronologico compreso tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C. Alcuni esemplari presentano tracce di manipolazione rituale, come incisioni o fratture intenzionali, probabilmente finalizzate alla loro consacrazione e offerta alla divinità.
Nei pressi della stazione ferroviaria, nel 1914, fu inoltre individuato un pozzo contenente una situla bronzea iscritta con resti di sepoltura: un rinvenimento che solleva l’ipotesi della presenza di un’ulteriore area funeraria, forse tuttora non documentata, al di sotto dell’attuale sede ferroviaria (G. Zandegiacomo S.).


Altri reperti esposti nel Museo Archeologico Cadorino di Pieve di Cadore:


Giovanni Battista Frescura (Calalzo di Cadore, 8 giugno 1921 – Padova, 25 giugno 1993) è stato definito lo “Schliemann cadorino”: come il celebre archeologo, autodidatta animato da una profonda passione per il mondo antico, egli fu fortemente influenzato dagli studi di Ciani e di Giovanni Fabbiani. Tra il 1949 e il 1952 riuscì a individuare, a Làgole (Calalzo di Cadore), uno dei santuari preromani più suggestivi del Veneto e dell’intero arco alpino.
L’importanza della stazione paleoveneta cadorina è tale da poter essere paragonata — per numero di epigrafi e ampiezza della documentazione linguistica — alla celebre stipe atestina del fondo Baratela.