Selva di Cadore

appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti

di Ermenegildo Rova, Amici del Museo di Selva

(pagina creata il 20 giugno 2022 – aggiornata il 19 giugno 2026)

Il territorio di Selva di Cadore, anticamente dipendente da San Vito di Cadore, ha finora restituito poche testimonianze archeologiche, ma importanti. Un primo ritrovamento, avvenuto negli anni ’70 sulla cima del monte Cernera, a 2664 m di altitudine, fu una lama di pugnale neolitica.
A questo punto occorre citare Vittorino Cazzetta di Pescul, nato nel 1947, pasticcere per tradizione familiare. Ha lavorato a Padova e Venezia e svolse il servizio militare in Marina, ma a un certo punto abbandonò la città per ritornare nella sua valle, dove già da ragazzo frequentava le sue montagne, soprattutto alla ricerca di fossili.
Per merito suo sorse il Museo Civico della Val Fiorentina nel 1982, ma a quei tempi nessuno avrebbe pensato che l’archeologia prevalesse sul resto. Nel 1983 fece conoscere le impronte di dinosauri del monte Pelmetto; nel 1985, dopo essersi documentato su un opuscolo di una mostra tenutasi a Udine, Cacciatori mesolitici sulle Dolomiti, rinvenne a Mondeval de Sora, nel comune di San Vito di Cadore, le prime selci mesolitiche, che indussero ad avviare una campagna di scavo condotta dal prof. Antonio Guerreschi dell’Università di Ferrara.
I risultati promettenti permisero di continuare con gli scavi nel 1987, quando, inaspettatamente, venne alla luce la sepoltura dell’Uomo di Mondeval. I successivi scavi continuarono fino al 2000, sostenuti dal Comune di Selva, dal Comune di San Vito, dagli Amici del Museo, dalla Regione Veneto, dalla Provincia di Belluno, dalla Fondazione Cariverona e da altri soggetti privati.

Per maggiori informazioni e per la descrizione dei reperti vedere la pagina Mondeval.

Riparo di Mandriz

Nell’onda dell’entusiasmo, Vittorino indagò altri ripari nella valle del Loschiesuoi; il più importante è quello denominato Mandriz.
Il riparo è costituito dall’ampio aggetto, rivolto a sud, di un masso erratico che, staccatosi probabilmente durante l’età glaciale dalle pareti del monte Cernera, è ubicato a circa 1750 m di altitudine, in località Mandriz, a nord della contrada Toffol (Comune di Selva di Cadore), sulla sponda sinistra del torrente Loschiesuoi.
Il sito archeologico, individuato per un caso fortuito nel 1985 dal compianto Vittorino Cazzetta, è stato esplorato nelle estati 1999–2002 dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Veneto, con il sostegno finanziario della Regione del Veneto. Alle indagini archeologiche hanno partecipato attivamente la Federazione delle Associazioni di Archeologia del Veneto, nonché l’Associazione degli Amici del Museo di Selva di Cadore. Nel corso degli scavi sono stati rinvenuti i manufatti (principalmente vasellame ceramico e manufatti in selce) utilizzati dai gruppi umani preistorici durante i periodi di permanenza presso il riparo, nonché i loro resti di pasto, costituiti soprattutto dalle ossa degli animali macellati.

La documentazione archeologica

Il vasellame ceramico

Il vasellame ceramico è stato rinvenuto già allo stato frammentario, ad eccezione di un’olla pervenuta integra. Si tratta di recipienti d’impasto prevalentemente grossolano, con superfici sommariamente lisciate, di colore variabile dal bruno al rosso, trasportati sul sito dai villaggi di pianura o di fondovalle e utilizzati per la preparazione e il consumo dei cibi. Le forme ceramiche individuate sono: vasi a bocca quadrilobata, una scodella emisferica con bugnetta sommitale, uno scodellone troncoconico decorato da tacche all’orlo, numerose olle, pure decorate da tacche o bugne.

L’industria litica

I manufatti più numerosi sono quelli ricavati dalla selce. Tra gli strumenti a ritocco erto sono documentati principalmente grattatoi, troncature, punte a dorso e semilune. Alla classe dei foliati vanno riferiti grattatoi, punte a base rettilinea e a base triangolare, ogive, punte con peduncolo e alette, cuspidi a tranciante trasversale. Tra i manufatti di tipo campignano si annoverano grandi punte a ritocco sommario; tra i residui di lavorazione si segnalano i microbulini.
L’insieme dei litotipi utilizzati per i manufatti in selce è di età cretacea e proviene dalle formazioni bacinali del Biancone, della Scaglia Variegata, della Scaglia Rossa e della Scaglia Grigia, affioranti nelle Prealpi venete, distanti qualche decina di chilometri a meridione e a occidente dal sito del Mandriz. La selce veniva raccolta principalmente dagli affioramenti o dal detrito sciolto presente alla base della catena prealpina; fonti alternative erano i suoli residuali e i depositi torrentizi. Le evidenze di raccolta di ciottoli silicei dai torrenti riguardano esclusivamente la Scaglia Rossa.
Le caratteristiche litologiche indicano che la maggior parte delle selci è compatibile con affioramenti situati in Val Belluna, in particolare sul fianco sinistro della valle; il percorso per raggiungere il Riparo Mandriz seguiva dapprima il corso del fiume Piave e successivamente quello del torrente Cordevole. Sul sito sono presenti, in misura molto minore, selci provenienti anche da altre aree, nello specifico dal plateau veneto-trentino (altopiano di Asiago) e dai suoi margini orientale (Feltrino) e occidentale (Val di Non).

Aspetti culturali e cronologici della frequentazione del riparo

Le testimonianze archeologiche rinvenute sono di notevole importanza e documentano una frequentazione stagionale e pluriennale del riparo da parte di gruppi di pastori che dagli insediamenti di pianura o di fondovalle raggiungevano, risalendo la valle del Cordevole e la Val Fiorentina, i pascoli d’alta quota per praticare, durante la stagione estiva, l’alpeggio e l’attività venatoria.
I resti di pasto sono costituiti principalmente da ossa appartenenti in prevalenza a ovini (capre e/o pecore), mentre tra gli animali selvatici è ampiamente rappresentato il cervo. Pertanto la dieta alimentare dei gruppi umani che frequentarono il riparo durante il Neolitico finale e l’età del rame (IV–III millennio a.C.) era basata sul consumo di carni (animali domestici e selvatici) ed era integrata assai verosimilmente dai prodotti derivati dalla lavorazione del latte e dalla raccolta di erbe e frutti spontanei.
La frequentazione del riparo, interrotta durante l’età del rame verosimilmente a causa del distacco di blocchi e scaglie di roccia dalle pareti, fu ripresa con carattere alquanto saltuario durante l’età medioevale e rinascimentale (E. Bianchin).

Altre scoperte, protostoriche e storiche

Stele del Monte Pore

Molto è stato scritto su questa stele, che presenta iscrizioni bifacciali in lingua venetica, con particolarità affini a quelle di Làgole (G.B. Pellegrini). Si tratta di un cippo sepolcrale oppure di confine? Noi, Amici del Museo, propendiamo per questa seconda ipotesi, cioè quella di un confine tra Veneti antichi e Reti, analogamente alle iscrizioni del monte Civetta, anche se c’è chi mette in dubbio che il Cadore dipendesse dal municipio di Iulium Carnicum.
Secondo noi la Val Fiorentina e l’Alto Zoldano, alla sinistra del torrente Maè, erano con Iulium Carnicum. Il confine proseguiva marcato dalle iscrizioni lungo una linea retta che corrisponde all’incirca all’attuale confine Selva–Caprile (osservazione di Vittorino Cazzetta; il punto potrebbe coincidere con Malborghet o Marmorghet negli scritti che citano la confinazione tra Cadore e Belluno nel 1428). Da qui riprende lungo i corsi torrentizi, come in uso a quei tempi (Fiorentina–Cordevole–Rio Andraz), per arrivare all’antico confine segnato dalla stele del M. Pore.
Ipotesi che il Cadore antico si estendesse oltre Selva furono avanzate da G. Fabbiani e da altri, in particolare dal prof. Vito Pallabazzer, collese, il quale, sulla base di una serie di motivazioni, riteneva che anticamente il territorio di Colle Santa Lucia appartenesse al Cadore. Altri ipotizzano che il primo impianto del castello di Andraz fosse sorto con funzione di confine e che solo più tardi, con gli ampliamenti successivi, servisse per governare il territorio e le miniere, dopo che queste entrarono nei possessi del principe-vescovo di Bressanone.

Le miniere del Fursil ed i primi forni (testo aggiornato il 19 giugno 2026)

Le miniere di Colle Santa Lucia hanno avuto grande importanza anche per Selva. Sono state scoperte, o forse riscoperte, presso Fursil nel 1177, secondo il diploma di Federico I Barbarossa. I primi forni, logicamente, erano vicini alle miniere e poi più distanti, in funzione della disponibilità dei boschi per fare il carbone, del personale addetto e delle direttrici di utilizzo dei semilavorati conseguenti agli avvenimenti politici nei secoli.
Dalla bibliografia disponibile fino a pochi anni fa si rilevava che i forni da ferro in Val Fiorentina erano due: uno citato nel 1244 e uno più tardivo a Pescul. Gli Amici del Museo, con ricerche storiche e sul territorio condotte dagli anni Novanta del secolo scorso, hanno appurato che il forno di Selva del 1244, diventato poi località Fiorentina, ufficialmente ritenuto il primo, è ora il secondo, perché un deposito di scorie di ferro scoperto più di 25 anni fa in località Cesure (Chiesure), vicina alle miniere, indicava l’esistenza di un forno; ma solo nel 2024 è stato saggiato, con l’autorizzazione della Soprintendenza, prelevando dei carboni che sono stati analizzati al radiocarbonio e che indicano date che vanno dal 1177 al 1201 e dal 1296 al 1329, cosicché è stato accertato il primo forno dalla scoperta delle miniere.
Segue poi il secondo nel 1244 a Fiorentina, il terzo nel 1286 a Forno di Pescul (S. Fosca?), un quarto probabile ancora alle Cesure nel Trecento, viste le datazioni, poi un altro nel Trecento a Pescul, in località Al For, investito da un patriarca di Aquileia a Gabriele della Torre, di cui manca però l’investitura, e ancora lo stesso, dopo un periodo di abbandono, reinvestito nel 1440 dalla Repubblica di Venezia, che chiuderà però nel 1652.
In quasi cinque secoli, di tutti questi forni in Val Fiorentina (in quattro siti differenti e di cui due in tempi diversi, in totale sei forni) non esiste praticamente sufficiente documentazione. Sarà cura degli studiosi mettere un po’ di ordine.

Ritaglio pergamena 1661 “cesura dal forno”

Solator (gruppo di case sotto la torre)

Della torre di Villa ci restano i toponimi Sot lator e sub turri, attestati alla fine del ’300, indizi di fondamenta mai indagate e assenza di ulteriori citazioni scritte, se non riferimenti dalla tradizione orale.

Nel 1915, durante l’aratura di un campo nella zona, un bue sprofondò nel terreno. Scavando, venne alla luce un cunicolo scalinato. Nel corso degli anni il cunicolo fu reinterrato con materiali di pulizia dei campi, ma venne nuovamente liberato nel 1992 dagli Amici del Museo. Al termine della scalinata, la sezione si allarga leggermente; l’ultimo gradino, ruotato di 90°, si trova di fronte alla fine del cunicolo, dove si osservano una piccola apertura a livello del terreno e i resti di una feritoia. Alle spalle poteva trovarsi un’apertura su una trincea dalla quale era possibile tenere sotto osservazione l’antico forno di Selva Fiorentina. In quell’occasione la Soprintendenza ritenne che l’opera fosse coeva al castello di Andraz. Nel 2019 l’Associazione Amici del Museo ha richiesto all’Università di Padova uno studio sulle malte per giungere a una datazione del manufatto.

Le conclusioni dello studio sono riportate qui di seguito:

Lo studio multianalitico condotto sul campione di malta storica proveniente dal cunicolo medievale di Solator – Selva di Cadore (BL), ha permesso di evidenziarne le principali caratteristiche composizionali, mineralogiche, e microstrutturali ed è stato possibile datare al radiocarbonio il campione in esame previa purificazione della frazione legante. Si tratta di un legante magro, con rapporto legante aggregato approssimativamente 1:3, costituito da una frazione di aggregato a base silicatica e carbonatica e da una matrice legante di tipo carbonatico con la presenza di silicati e alluminati di calcio e magnesio idrati riconducibili ad una reazione idraulica. La matrice presenta eterogeneità composizionali e microstrutturali indicative di processi di carbonatazione complessi e parziale reazione pozzolanica. La datazione al 14C riporta una data compresa tra il 96 a.C. (BC) e il 26 d.C. (AD), con una probabilità 2 sigma del 100%. La data ottenuta potrebbe essere affetta da un’incertezza dovuta alla presenza di aragonite, polimorfo metastabile del carbonato di calcio, rilevata nel separato gravimetrico analizzato al radiocarbonio. L’aragonite, identificata in piccole aliquote, può essere dovuta a processi di precipitazione secondari del carbonato di calcio, ma data la dedolomitazzazione avvenuta all’interno della miscela, potrebbe aver incorporato ioni CO3-2 provenienti dalla dolomite (carbonato geologico). Per queste motivazioni è possibile che la data ottenuta dal campione SdC_01 sia retrodatata a causa di contaminazione da parte di carbonato geologico.

La datazione a 2000 anni fa non sembra però inserirsi nel contesto finora conosciuto, in quanto si ritiene che il manufatto sia opera dei Conti da Camino.

Antica strada di Forcella Forada

Strada di Forcella Forada

Ancora negli anni ’90 gli Amici del Museo ricercarono l’antica strada che da Selva conduceva alla Forada, dove si sapeva che transitava il legname diretto a Venezia, specialmente nel 1571, quando la Serenissima era in guerra contro i Turchi, culminata nella vittoria di Lepanto nell’autunno. Era nostra convinzione che lungo questo percorso venisse trasportato anche il minerale di ferro del Fursil, destinato all’importante forno di Borca di Cadore; tuttavia, gli studiosi dell’epoca non vi credettero e la tabellazione per Zoldo, così come il primo allestimento della sezione storica del Museo V. Cazzetta, rimasero privi di tale indicazione.

Nel corso delle ricerche sul territorio che ho condotto personalmente tra il 2007 e il 2008, scoprii finalmente la vecchia strada: fu una scoperta straordinaria. Si trattava di un tracciato privo di tornanti, con pendenza pressoché costante, per una larghezza di circa 2 metri o forse più, dotato anche di una bretella di collegamento con la strada proveniente da Zoldo. Per anni ho interessato enti pubblici, Regole, privati e giornalisti al fine di ottenere un riconoscimento, con interventi di manutenzione nella parte coperta dai mughi e un’adeguata segnalazione del tracciato sui ghiaioni, dove la strada si perde per poi riprendere sotto le rocce prima della Forada.

Dopo un primo interessamento da parte di alcuni e a seguito dell’invio di numerosi CD contenenti fotografie e descrizioni, si è ancora al punto di partenza, aggravato da ulteriori ostruzioni lungo il tracciato causate dalla tempesta Vaia. Nel frattempo, nell’archivio di Selva è stata rinvenuta la conferma del trasporto del minerale attraverso la Forada.

Vittorino Cazzetta

Oltre ad amare le sue ricerche su fossili, orme, siti preistorici e iscrizioni rupestri, Vittorino apprezzava anche la contemplazione della natura, e questo lo rendeva piuttosto riservato. In un fine settimana dell’estate 1985 ebbe un incidente e, nonostante le ricerche, fece ritorno solo dopo un paio di giorni, ferito e smemorato riguardo a quanto gli era accaduto; fu quindi ricoverato in ospedale per un certo periodo. Undici anni più tardi partì nuovamente, senza però fare ritorno. Solo un anno dopo il suo corpo fu ritrovato dallo speleologo Gianni Lovato in un riparo precario all’interno di una fessura sul Piz del Corvo. Una successiva esplorazione sul fondo della fessura portò al rinvenimento dei resti dello zaino, con la macchina fotografica, perso da Vittorino nel 1985.
Nello zaino, accanto al corpo, tra altri oggetti, vi era una madonnina in bronzo che, abbiamo appurato, aveva fatto fondere a Cortina. Evidentemente, ricordandosi del primo incidente, voleva collocarla in loco come ex voto. Un paio d’anni più tardi, in occasione della posa di una croce vicino al punto del ritrovamento, fu scoperta una grotta nascosta, probabilmente utilizzata da Vittorino, dalla quale poteva contemplare la valle e dove poteva anche pernottare.

Ermenegildo Rova, Amici del Museo di Selva di Cadore


Il Museo Vittorino Cazzetta

Nel 1982 è stato istituito il Museo Civico della Val Fiorentina, con la collezione di fossili di Vittorino Cazzetta come nucleo principale dell’esposizione. Poco dopo, le importanti scoperte di rilevanza internazionale, nei campi della geologia e dell’archeologia, effettuate da questo studioso autodidatta, hanno contribuito alla crescita del museo, tanto da renderne necessaria una ristrutturazione radicale, con ampliamento dell’edificio e nuovo allestimento, inaugurato nel 2010. Vittorino Cazzetta scomparve prematuramente e tragicamente in montagna nel 1996: oggi il museo è a lui dedicato.

Si tratta di un museo paleontologico, archeologico e storico, i cui principali reperti sono costituiti da una sepoltura mesolitica completa di corredo funerario, rinvenuta a Mondeval de Sora, e da un grande calco della superficie di un masso, caduto dal Monte Pelmetto, con impronte di dinosauro. Il museo è stato recentemente ristrutturato con importanti interventi che hanno riguardato sia la sede che lo ospita, sia l’allestimento.

Il Museo Vittorino Cazzetta si sviluppa su quattro piani di un edificio di proprietà del Comune di Selva di Cadore ed è dotato, oltre al parcheggio dedicato, di vari servizi. In particolare, al piano terra sono presenti la biglietteria, la biblioteca, il guardaroba, il bookshop, la caffetteria e una sala conferenze; al primo piano si sviluppano le sezioni geologica paleontologica e archeologica, mentre al secondo piano sono collocate la sezione protostorica e storica e la saletta audiovisivi. Inoltre, nel piano interrato, con accesso diretto dalla strada, è stato ricavato un ampio spazio espositivo adibito a mostre ed eventi culturali.