LOZZO

appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti

(ultima revisione, 29 giugno 2026)


La necropoli di Brodevin

Lozzo è stato uno dei primi comuni del Cadore a restituire significative scoperte archeologiche. Nel 1852, in località Brodevin, nel podere Baldovin, venne individuata una necropoli con reperti databili dal VII secolo a.C. fino al III–IV secolo d.C.
L’indagine archeologica fu condotta nel 1881, naturalmente con i mezzi e i metodi propri dell’epoca. I risultati furono notevoli: vennero infatti distinti due principali periodi di sepoltura, uno più antico, riferibile alla cultura degli antichi Veneti, e uno più recente di età romana.

La stratigrafia dell’area, le tombe preromane

Lo scavo mise in evidenza una stratigrafia articolata: al di sotto del terreno coltivato (0,75–1,50 m) si trovava uno strato argilloso con ciottoli, contenente un solo scheletro privo di corredo (spessore uniforme di circa 0,75 m); seguiva uno strato di carboni (0,10–0,20 m), ricco di materiali quali vasi, fibule, anelli, orecchini e tutte le monete romane rinvenute; quindi uno strato di ghiaia fine sopra un livello di ciottoli, contenente ossa animali, denti e una moneta romana (0,30–0,50 m); infine, lo strato più antico, con le tombe preromane.
In questo livello furono portate alla luce 77 tombe a incinerazione in cassetta litica. Le principali tipologie individuate sono:

  • Tipo 1: lastre di pietra infisse verticalmente a formare un circolo con al centro il vaso cinerario, coperto da una lastra.
  • Tipo 2: sassi disposti in circolo con il vaso al centro.
  • Tipo 3: vaso coperto da tre lastre di pietra.
  • Tipo 4: gruppi di sepolture coperti da un tumulo di sassi, con una stele litica infissa verticalmente; una sola risulta iscritta in lingua paleoveneta.

L’esame dei materiali preromani — per quanto indiretta, poiché i reperti andarono dispersi dal museo di Pieve durante la Prima guerra mondiale — ha permesso di riconoscere, in alcuni casi, sepolture di particolare ricchezza, come attestano situle, oggetti in ambra e pasta vitrea, pendagli, ganci di cintura ecc. Va inoltre segnalata la presenza di elementi della panoplia celtica (insieme di armi).

La stratigrafia dell’area, le tombe romane

Le 140 tombe di età romana sono invece a pozzetto, con un’olla destinata a contenere le ceneri, talvolta coperta da una lastra in pietra.
Le monete rinvenute coprono un arco cronologico che va da Augusto (27 a.C.–14 d.C.) a Valentiniano I (364–375 d.C.). Numerose monete romane sono state trovate in vari punti del territorio di Lozzo (vedi cartina).
Non sono mancate altre scoperte di rilievo, a partire da una struttura di 4 × 2 m, dotata di riscaldamento ad ipocausto, rinvenuta all’imbocco della Val Longiarin, i cui muri proseguivano al di sotto della strada. In questo contesto furono recuperati un tintinnabulum (vedi sotto), un martello, un coltello e una piccola ascia, tutti in bronzo, oltre a 18 monete bronzee databili da Adriano (117–138 d.C.) a Valentiniano I (364–375 d.C.).
Non è stato possibile stabilire con certezza se la struttura fosse destinata a uso termale oppure appartenesse a una dimora di livello elevato. Nelle vicinanze si trova però la località di Vigo, toponimo che, come opportunamente osservato dal maestro Ezio Baldovin, deriva dal latino vicus, indicante un piccolo centro abitato.
Per quanto riguarda l’abitato preromano, Ciani propone l’area nei pressi di Piazza della Croce, oggi sepolta dalla frana del monte Mizzai; il maestro Baldovin ritiene invece più plausibile la zona di Sorasale, anticamente terrazzata.
Un’altra struttura interessante è quella di Col Tamber, dove nel 1881 fu scoperta una cosiddetta “torre medievale”: si tratta di un ambiente di 1,80 × 2,60 m, con apertura d’accesso, al cui interno fu rinvenuto uno scheletro, mentre all’esterno venne trovata una moneta romana datata al 144 a.C. (vedi sopra). Il defunto era circondato da vasi in terracotta e risulta difficile attribuire la struttura al Medioevo; potrebbe trattarsi piuttosto di una sepoltura di rilievo, forse già violata in antico. Lo scavo fu interrotto a causa del divieto del proprietario e non venne più ripreso.
In un punto non precisato del territorio è stata inoltre rinvenuta un’armilla (bracciale) in bronzo a nastro, decorata con motivi a X e linee verticali; tali decorazioni trovano confronto nei materiali di Làgole e nei reperti recentemente scoperti a Gogna.

Riproduzioni dell’abate Giuseppe Ciani

Qualcuno è arrivato ad attribuire a Lozzo l’appellativo di “Pompei cadorina”, in virtù degli eclatanti ritrovamenti avvenuti già nel 1852. Durante i lavori per le fondamenta di una casa nel podere di un certo Stefano Baldovin, a est del paese, in località Brodevin, vennero infatti alla luce numerosi oggetti antichi, provenienti da tombe di varia tipologia. Purtroppo, tali reperti andarono in seguito dispersi e oggi sono noti solo attraverso le riproduzioni pubblicate nella Storia del popolo cadorino dell’abate Ciani.
Nella primavera del 1881 Francesco Barnabò promosse, a proprie spese, una nuova campagna di scavi presso la casa Baldovin. A circa 1,5 m di profondità emersero inizialmente piccoli oggetti in bronzo, rame e ferro — fibule, anelli e frammenti ceramici — seguiti da una trentina di vasi cinerari contenenti ossa e ceneri. A una profondità di circa 3,5 m, tra il 19 e il 30 marzo, vennero poi individuate 13 tombe in lastre di ardesia con resti combusti, insieme a un cippo dello stesso materiale recante un’iscrizione graffita.
Il 1° aprile dello stesso anno fu rinvenuto uno scheletro accompagnato da un orecchino in bronzo e da perle vitree di colore azzurro; nei giorni successivi emersero numerose altre sepolture con corredi comprendenti anelli, fermagli, fibule, monete (tra cui emissioni di Antonino Pio e Faustina), aghi, oggetti in ferro, frammenti di armi, coltelli, placche per cintura e lucerne in bronzo. G. Monti, che pubblicò una relazione sugli scavi fino al 29 aprile 1881 (Notizie degli scavi), elenca decine di tombe, confermando la presenza a Lozzo di una vasta necropoli di età preromana e romana.
Barnabò avviò inoltre indagini in località Piazza della Croce e presso Tamber, incoraggiato dall’ipotesi di Ciani secondo cui l’abitato antico si trovasse più in alto rispetto all’attuale e fosse stato sepolto da una grande frana del Monte Mizzoi. In effetti, la tradizione ricorda che il paese si trovava nella valle Longerin fino al 25 gennaio 1348, quando un violento terremoto provocò un imponente distacco franoso che lo distrusse. I numerosi rinvenimenti archeologici in diverse aree del territorio sembrano confermare uno spostamento nel tempo delle zone abitate, tra età romana e medioevo.
Proprio in questo contesto, il 22 aprile, a sinistra della strada che scende dalla Val Longiarin, a circa 1,5 m di profondità, furono messi in luce i resti murari di un edificio, alti circa un metro, insieme all’imboccatura di una struttura da cui si diramavano numerosi piccoli condotti. Si trattava di un ipocausto, cioè un sistema di riscaldamento tipico dell’età romana basato sulla circolazione di aria calda sotto il pavimento e all’interno delle pareti; non, dunque, di un edificio termale, come si ritenne inizialmente.

Necropoli di Lozzo da una foto aerea austriaca del 1917

Il 26 aprile, nei pressi del forno, venne messa in luce una stanza di 4 × 2 m, al cui interno, in un angolo, furono rinvenuti il manico di una situla (secchia metallica) e una moneta, purtroppo irriconoscibile.
Secondo una rilettura più recente proposta da Michele Domini, appassionato di archeologia — noto anche per la scoperta, circa dieci anni fa, del sito sull’isola del lago di Centro Cadore — il complesso potrebbe essere interpretato come un piccolo insediamento di epoca romana, con annesso un ampio recinto per pecore e capre; proprio a questa funzione si legherebbe il toponimo Tamber.
La famiglia che vi abitava probabilmente sfruttava, insieme ad altre comunità di Lozzo, i ricchi pascoli di Sovernia (Sopra Vernia), corrispondenti all’attuale Pian dei Buoi. Dalla zona di Tamber prendeva inoltre avvio una delle principali vie di monticazione verso l’altipiano, frequentato con ogni probabilità fin dall’età del Ferro.
Che Lozzo fosse, in età preromana e romana, un centro significativo per l’allevamento di ovini e caprini — risorsa di grande valore economico — è confermato anche dalle numerose ossa animali rinvenute nella necropoli di Brodevin.
Già il 6 aprile, sul colle di Tamber, a nord di Piazza della Croce, era stato scoperto un denaro d’argento della gens Baebia; il 29 dello stesso mese vennero inoltre riportati alla luce resti murari attribuiti all’antica torre ricordata da Ciani nella Storia del popolo cadorino, con annesso un piccolo ambiente contenente uno scheletro umano.
Secondo lo stesso abate, la struttura potrebbe appartenere al «gruppo di torri che guardava il vico di Lozzo», situato a circa un miglio dalla Chiusa, che sorgeva in prossimità dell’attuale Ruoiba.

Studi successivi, più sistematici e documentati, condotti da G. Ghirardini nel 1883, portarono a importanti sviluppi sul piano scientifico. Tuttavia, le conclusioni confermarono sostanzialmente quanto già emerso fin dall’inizio: nell’area di Lozzo si riconoscevano, in uno spazio relativamente limitato, due distinte necropoli, una sicuramente di età romana e l’altra — composta da ben 77 tombe — riferibile a un periodo più antico.
L’elevato numero di reperti allora catalogati e descritti permise utili confronti con altri importanti siti archeologici, quali Villanova, Este, Bologna e Cavarzano. Oggi possiamo affermare che la necropoli più antica riveste un’importanza notevole per lo studio della frequentazione di queste valli: i materiali rinvenuti si datano infatti all’VIII secolo a.C. (periodo hallstattiano), mentre le sepolture più recenti si collocano nell’ambito della cultura di La Tène (III secolo a.C. – I secolo d.C.).
Purtroppo, dell’antica necropoli oggi non rimane alcuna evidenza visibile, e l’area risulta in gran parte occupata da edifici. Un prezioso supporto proviene però da una fotografia aerea della ricognizione austriaca (15ª FLIK (Fliegerkompanie)) del 1° ottobre 1917, che documenta la zona quando era ancora completamente agricola, priva di costruzioni e vegetazione fitta. L’area appare situata in posizione sopraelevata rispetto all’abitato e lambita a monte da un’antica via, ritenuta di età romana, diretta verso la Chiusa di Loreto e quindi Gogna.
Nel vasto pianoro a sud e a est della casa Baldovin si distinguono chiaramente 24 strutture circolari, con diametri compresi tra 5 e 10 metri, interpretabili come i resti dei tumuli funerari. Già Monti nel 1881 segnalava infatti come i gruppi di tombe più antiche, costituiti da cassette in lastre di ardesia infisse verticalmente, fossero disposti in forma circolare. Questo dato suggerisce che l’estensione della necropoli fosse in realtà molto più ampia rispetto alla porzione indagata all’epoca.
La fotografia evidenzia inoltre, a circa 80 metri a est della casa Baldovin, un ampio semicerchio, rialzato di circa 10 metri rispetto al piano della necropoli. Ancora oggi questo prato è noto localmente come Al zercio (“Il cerchio”) e, a un’osservazione attenta, mostra un perimetro delimitato da un evidente aggere (terrapieno). Secondo Michele Domini, si potrebbe trattare di un piccolo oppidum, ossia una struttura fortificata di ambito celtico, destinata alla protezione della comunità in caso di incursioni.
Più oltre, l’immagine mostra ulteriori anomalie del terreno, simili a quelle individuate presso Lagole e Vigo. Tali evidenze potrebbero forse corrispondere ai siti delle torri poste all’interno di altrettanti oppida, quelle stesse strutture che, secondo Ciani, «guardavano il vico di Lozzo».
In questa prospettiva, la necropoli di Brodevin appare solo parzialmente conosciuta e potrebbe celare un patrimonio archeologico di grande valore, meritevole di nuove indagini e di una adeguata valorizzazione. In un contesto in cui il Cadore riflette sul proprio futuro, la riscoperta di questo sito — insieme ai recenti scavi del Monte Calvario ad Auronzo e di Monte Croce — potrebbe rappresentare un significativo valore aggiunto per l’offerta culturale e turistica del territorio.