CANAL DEL PIAVE
appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti
(ultima revisione, 28 giugno 2026)

Il Canal del Piave, da Termine a Perarolo di Cadore
Il tratto di valle appartenente al Cadore, lungo il quale il Piave scorre nel suo settore meridionale, è stato storicamente denominato Canal de la Piave; gli abitanti dei villaggi della zona erano talvolta indicati, dagli altri cadorini, come «Chei del Canal» (Venanzio Donà, Il Cadore. Manuale ad uso dei viaggiatori, 1877; ed. 2017).
Dal punto di vista geografico, l’area può essere identificata con il territorio che, a partire da Termine di Cadore, estremo limite meridionale del Cadore, risale lungo il Piave verso Perarolo e Pieve di Cadore.
Le carte storiche documentano numerosi toponimi e varianti: in destra orografica Termine, Ospitale (Hospital, Hospitale, Hospedaletto), Rivalgo (Rualgo), Rucorvo, Macchietto, Carolto (Carolt), Venago e Perarolo (Peraruò); in sinistra orografica Davestra, La Sega, Venago, Ansogne e Caralte (mappe di riferimento: Kriegskarte, 1805; Blaeu Willem, 1640; IGM, secoli XIX–XX).
Il solco vallivo, con la direttrice di attraversamento che lo percorre, costituì verosimilmente un importante asse di collegamento tra le aree venete, controllate anche militarmente dai Paleoveneti, e i territori interessati da successive presenze di popolazioni celtiche e di gruppi provenienti dal Norico. Quest’ultimo, nella sua configurazione romana (Noricum), corrispondeva in larga parte all’attuale Austria e alla Pusteria orientale, a est dell’area di Brunico.
Già Ciani, in Storia del popolo cadorino (1856; ed. 1969), menzionava questo percorso come una «antica Via Norica».
Le testimonianze archeologiche confermano l’importanza di questo corridoio vallivo, restituendo materiali tra loro affini che delineano una continuità di frequentazione, scambi e produzioni di ambito locale, d’Oltralpe e di pianura: monete, fibule di diverse epoche, armi di tipo venetico, celtico e romano, ceramiche e oggetti d’uso quotidiano.
Altre segnalazioni, ancora da verificare e approfondire, sono riportate dallo storico locale Milo Mazzucco in L’Alito dello Spirito (2013): un affioramento di selce con tracce di percussione e graffiti rupestri in Val Tovanella; selci semilavorate sulla cengia Andre delle Corde; selce e un possibile insediamento con strutture non indagate a Col dei Crep; una grotta con frammenti di terracotta e grandi pietre incise al Bus del Calieron.
Con l’avvento di Roma, la viabilità dell’area si sviluppa lungo una direttrice già esistente, probabilmente una via mulattiera, forse in parte carrabile, e si intensificano gli scambi con le regioni del Norico e della Rezia. L’interesse romano era legato, oltre che alla pacificazione delle Alpi — come attestato dall’iscrizione sul Tropaeum Alpium di Augusto presso La Turbie (7–6 a.C.) — anche al controllo delle miniere ferrose del Norico, note per l’elevata qualità del metallo, e all’eliminazione dei dazi che gravavano sui traffici verso i mercati d’Oltralpe.
Il rinvenimento sporadico di monete romane lungo il tracciato, che correva a quota superiore rispetto all’attuale Strada Statale 51 d’Alemagna, sembra confermare l’importanza di questo asse di collegamento.
Alcuni studiosi, tra cui l’archeologo cadorino Alessio De Bon (1898–1957), tendono a identificare il tracciato lungo la destra orografica del Piave con la via Claudia Augusta Altinate, aperta da Druso intorno al 16 a.C., successivamente fortificata e ampliata sotto Claudio e completata nel 47 d.C. (come attestato dal miliario celebrativo rinvenuto a Cesiomaggiore).
La strada romana rimase in uso per secoli, probabilmente ricalcando un precedente itinerario venetico. Anche le direttrici viarie successive — tra cui quella nota come Via Regia — ripresero in diversi tratti i medesimi percorsi.
Nel Viaggio del frate di Ulm (1484) del frate Felix Faber si legge:
… Hospitiolum … dove è una buona locanda. Entrati ricevemmo buon cibo noi e i cavalli
e ancora
Qui lasciammo sulla destra il Piave e per un ripido pendio venimmo nel Cadore
Successivamente la via assunse il semplice nome di Strada del Canale.
Questo itinerario conobbe probabilmente importanti interventi di sistemazione in epoca carolingia, durante il Sacro Romano Impero, e più tardi sotto la Repubblica di Venezia, tanto da essere noto anche come strada “dei carri grandi”. Fu quindi progressivamente sostituito dal nuovo tracciato della Strada d’Alemagna, completato nel 1830 (odierna Strada Statale 51 d’Alemagna).
Ancora oggi sono visibili testimonianze di questi percorsi: a partire dalla torre della Gardona, a mezza costa, si riconoscono chiaramente tratti solcati dalle ruote dei carri, tra Termine e Davestra e, a nord e a sud di Ospitale, in località Ciope.
La geomorfologia della valle lascia intendere che, nel corso dei secoli, si siano verificati profondi sconvolgimenti: eventi franosi — come suggeriscono anche le testimonianze orali relative alla scomparsa di interi abitati nel Bellunese e in Cadore —, terremoti di grande intensità (778, 1117, 1348, 1511, 1695, 1873, tra i più devastanti) e imponenti fenomeni alluvionali, tali da modificare persino il corso del Piave.
Emblematico è il caso del 589 d.C., quando il fiume deviò verso nord il tratto finale del proprio corso, sfociando poco a sud di Jesolo, in corrispondenza dell’attuale foce del Sile, detta anche «Piave Vecchia» (Paolo Diacono, Historia Langobardorum, III, 23).
Virgilio Santin, appassionato storico di Termine, riferisce che in un manoscritto redatto nel XVI secolo dal primo sacerdote della curazia di Ospitale sono menzionati documenti dai quali si evince che già nel VII secolo, in località Prà de le Vare, i pagani avevano edificato un tempio dedicato a Giove (Milo Mazzucco, L’Alito dello Spirito, 2013).
Gli scavi archeologici condotti negli anni Ottanta in località Paluc, a lungo sollecitati da Milo Mazzucco, hanno attestato la presenza di forni fusori e di unità abitative di epoca medievale. Non si può escludere, tuttavia, l’esistenza in loco di una o più miniere, ad oggi non ancora individuate.
La memoria popolare suggerisce inoltre che il tracciato della strada antica attraversasse la località Caralte, dove se ne possono ancora intravedere alcune tracce; pare che fino a pochi anni fa fossero visibili i solchi carrai poco fuori dal centro abitato.
Restano tuttavia da approfondire ulteriori indagini sul territorio, sia a Caralte sia a Perarolo, dove mancano ancora verifiche puntuali lungo il tratto di sentiero noto come Greola, collegamento tra Perarolo e Valle di Cadore.
In assenza di evidenze documentate relative a centri abitativi di epoca romana o precedente, le prime attestazioni riconducibili all’area risalgono all’età longobarda, a partire dal VI secolo d.C.
I Longobardi lasciarono segni rilevanti nell’organizzazione sociale delle comunità cadorine e dei villaggi del Canal del Piave. Il linguista e glottologo agordino Giovanni Battista Pellegrini (1921–2007) sottolinea inoltre come questa popolazione di origine germanica abbia trasmesso un cospicuo patrimonio linguistico, ancora oggi riconoscibile nella toponomastica locale, con termini quali fara, varda, snaida e vizza, attestati anche nei territori di Ospitale e di Perarolo.
Nell’editto del re longobardo Rotari (643 d.C.) sono riportate disposizioni generali relative alla gestione dei beni collettivi. Un documento del 1214 attesta la prima menzione delle Regole (Candide, San Nicolò e Domegge), termine equivalente a vicinie; da qui prende avvio il processo di formazione delle odierne Regole cadorine.
Nel 1235 i Caminesi promulgano statuti che disciplinano la giurisdizione delle Regole — le Regole cadorine — introducendo, in particolare negli articoli 39 e 48, limitazioni al loro ambito di intervento.
Ma è certamente con il Sacro Romano Impero, immediatamente successivo ai longobardi che si rende necessaria la ripresa della politica di controllo dei territori e delle comunicazioni. Da qui la probabile massiva ri-sistemazione delle vie e la fondazione di quelle stazioni di posta necessarie alle comunicazioni militari imperiali. Con tutta probabilità anche il paese di Ospitale dovrebbe risalire almeno al X secolo attorno al primo hospitium o hospitolium dal quale prende il nome, ovvero ricovero per viandanti, ma viene spesso identificato come stazione di cambio cavalli e albergo. I punti di dazio, di osservazione e di guardia invece devono essere stati gli stessi nei secoli, ricostruiti o riutilizzati, dominazione su dominazione.
La vocazione del Cadore e del Canal de la Piave come area di collegamento tra culture e territori diversi trova riscontro non solo nella viabilità terrestre, ma anche nella via d’acqua rappresentata dal fiume stesso. In questa prospettiva il comprensorio montano assume un ruolo di rilievo, di cui Perarolo costituisce un esempio significativo per continuità e durata nel tempo.
La fluitazione del legname dalla montagna alla pianura affonda le proprie radici già in età protostorica: i Veneti antichi ne facevano uso, come ricorda Strabone nella Geografia (I secolo a.C.), e la pratica proseguì in epoca romana, quando vennero sistematizzati sia lo sfruttamento delle risorse forestali sia il trasporto del legname su lunga distanza.
La gestione dei boschi e delle risorse legnose rivestiva un’importanza strategica già in età romana, tanto da portare alla costituzione di specifiche corporazioni. Tra queste si distinguono i dendrofori, ai quali possono essere ricondotte, almeno idealmente, le successive figure degli zattieri e dei menadàs.
A Belluno, un cippo del III secolo d.C., noto come lapide di Marco Carminio Pudente, ricorda uno dei capi di questa associazione, protettore dei dendrofori e dei Catubrini; si tratta di una delle più antiche attestazioni della comunità cadorina.
A questo si affiancano altre testimonianze epigrafiche: quella del pagus del Castrum Lebatii, di epoca neroniana, e quella rinvenuta a Valle di Cadore, che menziona Lucius Saufeius — appartenente alla gens Saufeia, iscritta alla tribus Claudia, già attestata ad Altino — conservata presso il Museo della Magnifica Comunità di Cadore (I secolo d.C.).
Nel loro insieme, questi indizi delineano una continuità territoriale che consente di ipotizzare come Perarolo, per la sua posizione strategica, potesse configurarsi fin da epoca antica come punto di partenza della fluitazione del legname.
Questa tradizione è mantenuta viva ancora oggi da realtà locali quali la Fameja dei Zatèr e Menadàs de la Piave, con sede a Codissago, e il Museo del Cidolo e del Legname di Perarolo di Cadore.
La storia del Canal de la Piave attraversa il Medioevo in modo analogo al resto del territorio cadorino. È tuttavia con il dominio veneziano, a partire dal 1420, che la valle conosce un significativo sviluppo economico, legato in particolare allo sfruttamento e al commercio del legname, risorsa centrale per l’intera area.
La guerra della Lega di Cambrai contro l’imperatore Massimiliano — preceduta dalla vittoria veneziana nella battaglia del 1508 a Rusecco, presso Valle di Cadore — portò tuttavia, già pochi anni dopo, gravi conseguenze per i centri abitati della valle:
L’anno 1511, al tempo della guerra fra Massimiliano d’Asburgo e la repubblica di Venezia, Ospitale fu incendiata dalle truppe imperiali che scendevano il Piave verso Termine è la fortezza della Gardona dove si sarebbero scontrati coi veneziani, e Belluno
(tratto da Ospitale e il Canal de la Piave, pagina 30).
Se i pagani restano impressi nella memoria locale in diverse tradizioni — come nella leggenda delle anguane di Perarolo, che collega il sito di Làgole alle forre e alle grotte dell’area di Perarolo e del territorio circostante, o nel cosiddetto “cimitero dei pagani”, non ancora individuato, presso Paluc a Davestra — la religione cristiana, al contrario, ha profondamente influenzato la vita e lo sviluppo dei centri abitati fin dalle prime edificazioni di culto.
La leggenda del Bus de le anguane di Perarolo è nota da tempi immemorabili. Salendo verso i piani di Dubiea, si incontra un’area boscosa in cui, sulla destra, si apre una cavità profonda; si narra che questa forra attraversi il monte per riemergere nei pressi dell’abitato di Perarolo. Secondo la tradizione, proprio qui dimoravano le anguane, descritte come creature femminili dall’aspetto spaventoso, talvolta con piedi caprini.
Al loro passaggio si attribuisce l’esclamazione: «Hin hin, sento odor di cristianin!» oppure «Han han, sento odor de cristian». Il racconto presenta evidenti analogie con altre tradizioni cadorine e venete, in cui ciò che è “non cristiano” o “pagano” assume tratti inquietanti e minacciosi.
È significativo, tuttavia, che la stessa cavità sia stata utilizzata dalla popolazione locale come ghiacciaia naturale per la conservazione delle carni, a testimonianza di un rapporto concreto e quotidiano con questi luoghi al di là dell’immaginario leggendario.
La nascita del nucleo abitativo di Perarolo può essere fatta risalire al XIV secolo. La chiesa fu edificata nel 1407 e ampliata nel 1455 utilizzando, probabilmente, le pietre di recupero provenienti dal vecchio ponte sul Boite (forse identificabile con l’antico ponte che immetteva alla Greola).
Dedicata a San Nicola, patrono degli zattieri, nel 1515, divenne curazia nel 1604, affrancandosi dalla dipendenza da Valle di Cadore.
La prima attestazione di una chiesa a Ospitale risale al 1290; è tuttavia documentata l’esistenza di una cappella precedente, con annesso cimitero, nell’area dell’attuale edificio.
Analogamente a Perarolo, anche questa comunità, nel 1604, richiese la presenza di un proprio parroco: le istanze di entrambe vennero accolte nel giro di pochi anni. Per Ospitale si trattò di una concessione di particolare rilievo, se si considera che fino ad allora le salme venivano trasportate su carro fino al cimitero di Valle di Cadore.
I microtoponimi Andro dei Mort(e), tra Ospitale e Rivalgo, e Pojamort, a sud dell’abitato, tramandati oralmente, indicano ancora oggi i luoghi di sosta lungo il percorso dei trasporti funebri provenienti da Termine.
Anche Rivalgo, appartenente alla Regola di Ospitale, presenta origini medievali. In un documento del 1380 è attestata la forma antica Rivalbus. Con ogni probabilità, il piccolo borgo si sviluppò attorno alle segherie sorte lungo il fiume. Il primo luogo di culto è rappresentato da un altarino datato al 1539.
Termine costituisce un antico luogo di confine, verosimilmente già in età romana, tra gli Iulienses e i Belunenses, o, in senso più ampio, tra i Catubrini e i Belunenses. Il toponimo deriverebbe con ogni probabilità da un cippo confinario — «lapide appellato termen» — (Paolo Bonetti, Ospitale e il canal de la Piave, 2004).
Il luogo è citato in un documento del 17 novembre 1428 relativo a una controversia di confine tra Zoldani e Cadorini, redatto da delegati del doge Francesco Foscari; la disputa era tuttavia già attestata in una precedente sentenza del 1369 (G. Angelini, Controversie medievali di confine tra Cadore e Zoldo).