PIEVE DI CADORE

appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti

(ultima revisione, 19 giugno 2026)

Il territorio di Pieve ha sempre rivestito un ruolo di rilievo nel contesto cadorino; il controllo dell’incrocio fra la Val Piave e quella del Boite dovette essere fondamentale fin da epoche molto antiche. Non stupisce, dunque, l’abbondanza dei rinvenimenti né la presenza di un edificio di età romana ancora ben conservato. Il reperto più antico, presentato nel 2018, è l’ascia di Maias, databile al XII–XI secolo a.C.

Nel 2010 Eugenio Padovan recuperò, nel corso di alcuni lavori, frammenti di terracotta databili all’età del bronzo (XII–IX secolo a.C.) dietro la casa natale di Tiziano; tali evidenze suggeriscono la possibile presenza di un castelliere sul Monte Ricco. Le prime tracce di un abitato sono rappresentate da una capanna, con ceramica datata al X–IX secolo a.C., probabilmente edificata ai margini di un piccolo bacino lacustre a Nebbiù, individuata grazie all’intervento di Giancarlo Arnoldo, Eugenio Padovan e Virginio Rotelli.

Sulle pendici di uno dei due rilievi che dominano l’area, il monte Ricco, è stato effettuato un ritrovamento di notevole interesse: alla fine dell’Ottocento, durante lavori di scavo eseguiti da militari, furono messi in luce i resti murari di un ambiente, al cui interno vennero recuperati una statuetta di Diana cacciatrice alta 10 cm, varie monete romane, una patera in bronzo con dedica a Marte in latino, due cucchiai e una paletta. Il complesso dei materiali sembra avere carattere votivo, anche perché i cucchiai potrebbero essere interpretati come simpula, analogamente a quanto documentato a Làgole e ad Auronzo. L’insieme è databile, in base al contesto, tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C.

Sempre sul monte Ricco, nel 1889 fu scoperto un oggetto in bronzo frammentario con iscrizione venetica (ITIKITHI, secondo Ronzon), descritto come una chiave ma forse identificabile come il manico di un simpulum.

Presso il museo di Pieve si conservavano anche un sigillo (?) in pietra grigia iscritto, un anello iscritto e una piccola lapide iscritta; tutte le iscrizioni erano in venetico (Il Cadore, 10 ottobre 1891). Tutti i reperti provenivano dal monte Ricco, ad eccezione del sigillo, rinvenuto sul monte Castello, poco distante. Sul versante opposto del monte Ricco, a 2 m di profondità, vennero rinvenute alcune monete romane, tra cui una di Costantino (337–340 d.C.), all’interno di uno strato di carboni spesso 30 cm.
Va inoltre considerata la segnalazione di Serafino De Lorenzo che, nel volume Il centenario di Valle di Cadore, riferisce del ritrovamento di alcune statuette preromane e romane durante i lavori di costruzione del piazzale della caserma di Tai di Cadore; egli osserva inoltre che eventuali scavi al di sotto dell’attuale piazzale potrebbero portare alla luce nuovi reperti. Nelle vicinanze è attestata la presenza di una sorgente, elemento che potrebbe indicare la funzione cultuale dell’area.
Nel centro di Pieve, durante la costruzione del municipio, venne individuato un edificio romano, oggi restaurato, databile al II secolo d.C. e frequentato fino alla metà del III secolo d.C. Diverse testimonianze riferiscono inoltre che, nel corso della costruzione di edifici nella zona, furono intercettate strutture murarie, mai adeguatamente documentate.
Nei pressi della casa natale di Tiziano, l’Oratore, sono stati rinvenuti, a tre metri di profondità, frammenti di terracotta di età tardoantica. Nel 2004 il rifacimento di piazza Tiziano ha consentito di portare alla luce, di fronte all’ingresso del bar Tiziano, una stratificazione pluristratificata riferibile a diversi secoli, culminante con l’abitato romano e con reperti di notevole interesse, tra cui un altare con iscrizione latina, un frammento osseo con iscrizione venetica e un frammento di vaso in terracotta attribuibile probabilmente alla cultura di Fritzens–Sanzeno.
Poco distante dall’edificio romano fu rinvenuta, prima del 1891, una statuetta bronzea di Cerere, presso la seconda casa lungo la strada maestra che da Pieve conduceva a Pozzale; consegnata al museo di Pieve, fu successivamente recuperata dal proprietario e venduta in occasione della sua emigrazione in America (Il Cadore, anno III, n. 20, 10 novembre 1891).
L’abitato romano si estendeva nell’area dell’attuale centro di Pieve, parzialmente sovrapponendosi a quello più antico; per quanto riguarda l’insediamento preromano, la sua porzione più consistente era localizzata a Pozzale, a una quota superiore di circa 200 m rispetto a Pieve. Ne è testimonianza il rinvenimento dei resti di una capanna associata a frammenti ceramici databili al VI–V secolo a.C.
È ancora documentato un percorso che da Pozzale conduce a Rizzios (frazione di Calalzo) e quindi a Deppo (frazione di Domegge), alternativa alla viabilità di fondovalle, già segnalata da Alessio De Bon. Recenti lavori di allargamento della strada in località Rizzios non hanno tuttavia restituito evidenze archeologiche.
Le necropoli preromane sono state individuate a Pozzale (III–II secolo a.C.), a Pecol (ambito preromano non meglio definito) e in località Il Cristo, lungo la strada per Valle (tarda età del ferro). Nei casi di Pozzale e de Il Cristo, le sepolture proseguono anche in età romana, attestando una continuità insediativa.
Particolarmente significativa è l’area funeraria di Pozzale, caratterizzata da un tumulo di ciottoli contenente numerose sepolture: in un settore sono state rinvenute armi in ferro di tipo celtico e lamine di cinturone; in un altro, situle bronzee ed elementi di corredo (fibule, oggetti in pasta vitrea); nella zona centrale, due elmi, torques, simpula e una tazzina.

In prossimità della tomba è stata rinvenuta una stele in pietra con iscrizione venetica, non ancora tradotta con certezza. A Pozzale va inoltre ricordata una sepoltura segnalata nel 1821 da Venanzio De Donà:

uno scheletro di dimensioni superiori alla norma, con due cerchi d’ottone in corrispondenza delle orecchie e una placca, sempre in ottone, sul petto, sostenuta da catenelle che si allacciavano al corpo al di sopra delle spalle e al di sotto delle braccia.


Tracce di abitato protostorico a Pozzale

Il recupero “in extremis” a Pozzale di testimonianze importanti sulle antiche origini del paese dimostra anche quanto sia difficile intervenire sui cantieri edili, dove, per interessi economici, non dico speculativi, non si pone alcuna attenzione al terreno che si ferisce e si asportano metri cubi di materiale senza indagini preventive o consulenze archeologiche. Riuscire in questa situazione a salvare dalle ruspe siti archeologici nascosti e sconosciuti è impresa aleatoria, tanto più che i cantieri sono interdetti ai non autorizzati. Pozzale è noto come antico insediamento dell’età del ferro e i suoi ritrovamenti sono tra i primi avvenuti in Cadore (1821), eppure negli ultimi anni all’interno del paese si sono operati consistenti movimenti di terreno a seguito di lavori edili, ma incredibilmente non è venuto alla luce alcun reperto, se si escludono gli scavi per il metano seguiti dalla Soprintendenza. Purtroppo questa è una situazione che si ripete anche in altre realtà simili in Cadore e deve far riflettere sul fatto che la vera tutela dei beni archeologici sta più nella sensibilità dei cittadini che non nella vigilanza delle autorità competenti.
La recente scoperta a Pozzale è avvenuta in un cantiere aperto la scorsa estate per la realizzazione di un piccolo parcheggio comunale in via Sopracolle, al fine di migliorare la viabilità. Lo sbancamento è stato realizzato verso monte sul lato sinistro della strada che sale alle ultime case del paese e che poi prosegue per Le Ville. Passando sul posto, alcuni soci del Gruppo hanno notato consistenti carboni, che marcavano vistosamente la sezione di terra portata in luce, con una spessa e lunga striscia nerastra a circa un metro di altezza dal piano di scavo, sopra la massa di argilla. Avvicinatisi per studiare più da vicino il terreno, hanno trovato, sulla parete più corta, subito a destra dell’angolo nord dello scavo, assieme ai carboni, tre piccoli frammenti di ceramica nera di grosso spessore, il cui impasto inglobava piccole impurità, che apparivano come puntini bianchi. Vi erano anche pezzi di ossa di qualche animale, come probabili resti di pasto.
Sulla parete più lunga, quella parallela alla strada e posta contro il declivio, pressappoco a metà e sempre a un metro dal piano di scavo, c’erano dei sassi di grosse dimensioni, che potrebbero essere un’opera di drenaggio sezionata dalla ruspa. Costituivano anche il limite di quello che a prima vista poteva sembrare l’area di un’abitazione, ma poteva anche essere una necropoli distrutta dai lavori o altro; dal tipo di ceramica si poteva presumere l’età del ferro. Questo sito occupava la metà superiore del cantiere; l’altra metà sottostante era invasa da un accumulo notevole di sassi di piccole dimensioni, tra i quali vi era anche qualche coccio di vaso di epoca recente, probabilmente una discarica agricola.
Immediatamente veniva avvertito il dott. Roberto Granzotto, sindaco di Pieve, che, con grande sensibilità e coscienza, contattava all’istante il responsabile del cantiere e concordava la sospensione temporanea dei lavori. Contemporaneamente si informava la Soprintendenza. Questo avveniva la sera del 16 settembre, appena in tempo, perché era prevista per il giorno dopo la realizzazione della scogliera di grossi macigni per il contenimento della scarpata, che avrebbe coperto ogni traccia e impedito ulteriori ricerche.
Da allora c’è stato un intervento di Eugenio Padovan per la Soprintendenza, che, con gli operai dell’impresa, ha proceduto alla pulizia delle sezioni. Sono venuti alla luce altri frammenti ceramici dello stesso tipo dei primi e, appena a monte del presunto drenaggio, è apparsa la sezione di una buca di palo, che sembra confermare l’ipotesi di una struttura abitativa, posizionata contro il declivio. In seguito c’è stato il sopralluogo della dottoressa Cangemi della Soprintendenza, che si è dimostrata interessata al sito. Nell’autunno del 1999 è stato effettuato parzialmente lo scavo; sembra si tratti di un’abitazione, dal momento che si sono trovate delle buche di palo, ma soltanto la continuazione in piano potrà chiarire la situazione (Dino Ciotti, 1999).


La villa romana di Pieve

Nel 1952 Gianbattista Frescura, operatore della Soprintendenza, intervenne presso il municipio di Pieve, dove erano in corso lavori edili, portando alla luce una villa romana con mosaici. Fu scavata solo una parte della struttura, poiché una porzione consistente si estendeva al di sotto dell’edificio municipale. Un mosaico venne staccato e trasferito al MARC, dove è tuttora in attesa di restauro; la villa fu successivamente ricoperta.

Nel 2003 il Comune ha deciso di valorizzare la struttura, restaurando l’edificio e proteggendolo con una copertura vetrata. L’intervento ha consentito di indagare alcune parti dell’edificio non precedentemente scavate (ambienti E, F, G e H della planimetria). Si tratta di una villa residenziale con muri in pietra locale, spessi 45–55 cm, dotata di un sistema di riscaldamento ad ipocausto, che partiva dal vano E e diffondeva aria calda sia sotto i pavimenti sia lungo le pareti, grazie a scanalature rivestite da elementi fittili curvi (tubuli), attraverso cui l’aria circolava.

Un apparato che denota un certo benessere del proprietario, di cui tuttavia non conosciamo il nome. Gli ambienti A e B presentavano mosaici a tessere bianche e nere con motivi decorativi, mentre l’ambiente C sembra fosse dotato di un mosaico a fondo bianco. Gli ambienti F, G e H avevano invece pavimentazioni più semplici, che ne suggeriscono una funzione di servizio. La villa fu abbandonata verso la metà del III secolo d.C., forse a seguito di un incendio; la datazione è attestata da una moneta di Gordiano III (238–244 d.C.).

Tuttavia, l’assenza di reperti sui pavimenti sembrerebbe escludere eventi traumatici.


L’ascia di Maias

Il 15 dicembre 2018 è stata presentata al pubblico l’ascia rinvenuta casualmente tra le radici di un albero abbattuto dalla tempesta Vaia dai signori Mario e Alessandro De Bona, in località Maias.
Durante la serata, gli archeologi Giovanni Tasca, Diego Battiston e Anna Angelini hanno illustrato i primi dati relativi al reperto. Si tratta di un esemplare del tipo Freudenberg (3300–3100 anni fa), un’ascia ad alette mediane.

Nella cartina si può notare la sua diffusione in Pusteria e nel basso Friuli (indicata dai punti bianchi). Il gran numero di reperti in Pusteria fa pensare che quest’area sia il luogo di produzione di questo tipo di asce.
La Magnifica Comunità Cadorina finanzierà indagini metallurgiche per comprendere la zona di provenienza del minerale. Andrà inoltre esaminato con attenzione il luogo del rinvenimento per cercare di chiarire le ragioni dell’abbandono del reperto. (G. Zandegiacomo S., 2020)

Foto di Pieve e Tai a metà ‘900. Sulla destra il Monte Ricco.


Pieve di Cadore

Arte – Storia – Memoria, il patrimonio culturale della Magnifica Comunità di Cadore  (©MCC)

Arte

Poco lontano dalla piazza di Pieve, dove sorge il palazzo della Magnifica Comunità, si trova la casa in cui nacque Tiziano. Si tratta di un edificio il cui impianto risale al XV secolo e che ha subito nel tempo diverse modifiche. Solo con il radicale intervento di restauro voluto dalla Comunità e concluso nel 1932, la casa del grande pittore cadorino è stata restituita al suo aspetto originario.

Oggi la casa-museo di Tiziano, dove egli abitò in gioventù prima di trasferirsi a Venezia per apprendere l’arte della pittura, ospita al suo interno una raccolta di copie di disegni dell’artista (gli originali si trovano a Firenze) e altre memorie.
Nella cappella ubicata all’interno della chiesa arcidiaconale è invece conservata una tela a soggetto devozionale, nella quale, sulla sinistra, compare l’autoritratto dell’autore. Il pittore rimase legato al Cadore per tutta la sua lunga vita: mantenne i contatti con la famiglia, che qui risiedeva e fu proprietaria dell’edificio fino alla morte dell’artista; conservò inoltre un rapporto molto stretto con la Magnifica Comunità di Cadore, istituzione con la quale intrattenne relazioni anche di carattere lavorativo, soprattutto in qualità di rappresentante cadorino presso la Serenissima.

Storia

La Magnifica Comunità di Cadore ha sede nel palazzo che si erge in piazza Tiziano, accanto alla chiesa arcidiaconale di Santa Maria Nascente, matrice della cristianità cadorina. L’antica istituzione, affermatasi di fatto già nel Trecento, ha rappresentato per secoli l’autonomia di governo della popolazione cadorina, che ha saputo conservare nel tempo la propria indipendenza soprattutto grazie a un’articolata organizzazione politica di autogoverno del territorio.
A partire dal 1338 i cadorini si dotarono di uno Statuto, un corpus di norme che regolava la vita civile, politica e amministrativa dell’intero distretto, riconosciuto anche durante il protettorato di Venezia (dal 1420) e nei secoli successivi continuamente aggiornato.
Fu Napoleone, nel 1806, a sopprimere l’istituzione della Magnifica Comunità di Cadore, che conobbe una rinascita, come ente morale, solo nel 1875.
Il palazzo ospita oggi un museo archeologico che raccoglie reperti di epoca preromana e romana di notevole importanza, provenienti dal Cadore centrale (Pozzale, Valle, Domegge, Lozzo e Calalzo) e rinvenuti in gran parte nel secondo dopoguerra. Si tratta di testimonianze che permettono di conoscere soprattutto la civiltà dei Veneti, la loro lingua e la loro cultura, documentata in Cadore anche dall’antica presenza del santuario di Làgole, presso una fonte di acque minerali non lontano dall’attuale stazione ferroviaria di Calalzo.
Vi si conservano numerosi bronzetti e statuine, molte delle quali presentano iscrizioni in lingua venetica.

Memoria

Oltre al prezioso patrimonio archivistico, costituito da un antico e cospicuo fondo documentario (atti e pergamene dal XIII al XIX secolo), il palazzo della Comunità custodisce una biblioteca moderna, che raccoglie studi e ricerche sulla storia del Cadore, nonché una biblioteca specialistica dedicata a Tiziano.

La raccolta annovera periodici, miscellanee, opere critiche e contributi tutti pertinenti all’opera del grande pittore, alla sua vita, al suo tempo e alla sua cerchia. Alla biblioteca appartiene anche un fondo di stampe e documenti, che conserva la corrispondenza del pittore e altri manoscritti che documentano la vivace attività mercantile dell’intero casato Vecellio.
Una parte del materiale bibliografico storico della Comunità è confluita nei fondi documentari della Biblioteca Storica Cadorina, con sede a Vigo di Cadore; questa benemerita istituzione, fondata nel 1892 da Antonio Ronzon, si configura come biblioteca e archivio e custodisce un fondamentale patrimonio di documentazione storica e contemporanea, imprescindibile per ogni ricerca sul territorio e sulla società cadorina.
Ad essa si affianca il Centro Studi dedicato a Tiziano e al Cadore, che ha sede a Pieve nel palazzo quattro-cinquecentesco di Tiziano Vecellio, detto l’Oratore.
Un’importante raccolta di cimeli risorgimentali e una ricca documentazione sui Volontari Alpini della guerra 1915–1918 completano il patrimonio documentario conservato dall’Ente.

Da oltre mezzo secolo la Comunità pubblica ininterrottamente un proprio organo di informazione a stampa: il periodico mensile Il Cadore, tribuna aperta sugli aspetti socio-culturali del territorio.

Museo Archeologico della Magnifica Comunità di Cadore , Pieve di Cadore

ANAS – Relazione archeologica, Settembre 2017

Dati storico-archeologici

Del settore geografico in esame, succintamente descritto dal punto di vista geomorfologico al punto 2, viene analizzata, in questa sede, la superficie corrispondente al comune di Pieve di Cadore anche se la presenza antropica in antico ha una profonda interazione con il comune di Valle di Cadore.
Il territorio presenta condizioni favorevoli all’insediamento stanziale di media montagna, imperniato sullo sfruttamento delle superfici moderatamente acclivi del versante esposto a sud e sud-est. L’economia locale, legata fino a tempi recenti alle attività agricolo-pastorali e alla silvicoltura, trova espressione sul piano insediativo nel modello dell’abitato sparso, distribuito in nuclei rurali o agglomerati di piccola entità. Tali modalità insediative in ambiente montano privilegiano sia lo sviluppo verticale, finalizzato allo sfruttamento delle superfici prative fino alle quote più elevate, sia alle attività di scambio in ambito vallivo e a mezza costa in prossimità di vie di transito. Nel caso in questione i siti riconducibili a frequentazioni stanziali antiche corrispondono ai principali nuclei abitativi attuali: i siti altimetricamente più bassi sono segnalati lungo l’antica viabilità che collega Valle a Pieve, a circa 880 m s.l.m., mentre quelli più elevati sono nella frazione di Pozzale, ad una quota di circa 1050 m s.l.m. Nella posizione più elevata dell’ambito vallivo, ovvero nella sella tra le pendici del Tranego e quelle del monte Ricco, si crea una posizione di privilegio, come vedremo, per l’insediamento di edifici suntuosi di carattere pubblico e privato, che connotano l’area come central place a partire dall’età romana fino all’epoca odierna, con la presenza del capoluogo del distretto cadorino.
Un elemento importante per lo sviluppo di tipo commerciale è legato al passaggio della viabilità che risale la Val Piave verso il Cadore e l’Oltralpe, attiva a partire almeno dalla seconda età del ferro (Marzatico, 2002) e potenziata in età romana (De Bon, 1938). Il percorso, proveniente da Belluno, all’altezza di Perarolo aggirava il versante occidentale del Monte Zucco e, superata la conca di Valle, raggiungeva l’abitato di Pieve di Cadore proseguendo oltre lungo la destra del Piave.

La viabilità lungo la Val Boite, conosciuta come Via Regia, collegava nel medioevo il Centro Cadore alla Valle della Rienza, giungendo a Dobbiaco attraverso il Passo di Cimabanche. La presenza di una strada carraia è nota dal XIII secolo ed è rimasta attiva fino alla costruzione della Strada d’Alemagna, a tutt’oggi il principale collegamento con la Pusteria (Spampani, 2009).
In quest’ambito geografico la frequentazione più antica del territorio di Pieve di Cadore risale almeno a partire dalla tarda età del bronzo, secondo la testimonianza fornita da un’ascia ad alette in bronzo rinvenuta nella primavera del 2017 nei pressi della località Maias (sito n. 10), in un territorio decentrato rispetto alle frequentazioni delle epoca successive. Tuttavia, l’occasionalità della scoperta, non supportata da altri ritrovamenti coevi, e l’assenza di informazioni più precise sul contesto del rinvenimento, non consentono di delineare le strategie del popolamento di quest’area durante l’età del bronzo.
Poco attendibile è la notizia del ritrovamento di un’ascia in pietra levigata (sito n. 4), proveniente da un luogo non precisabile e genericamente datata tra eneolitico e età del bronzo (Il ritrovamento, riportato in Carta Archeologica del Veneto (vedi scheda sito n. 4), è collocato dal Pellegrini genericamente a Pieve, in località non specificata, mentre il Fabbiani riporta un rinvenimento analogo, che potrebbe essere il medesimo, da Venas, quindi la localizzazione è incerta).

A partire dalla seconda età del ferro, sulla base di evidenze qualitativamente diversificate e distribuite secondo assetti topografici che costituiranno le basi del popolamento di epoca successiva, il quadro insediativo appare invece più articolato. A Pozzale (sito n. 7) e in località Cristo (sito n. 1) si collocano i rinvenimenti funerari principali; nel primo caso si tratta di un contesto complesso, protetto da una platea di ciottoli, suddiviso internamente con la disposizione di armi in ferro riconducibile a una panoplia celtica da un lato, un settore centrale contenente due elmi in bronzo, torques, simpula e una tazzina e alcune situle bronzee utilizzate come cinerari nel lato opposto; di rilievo è una pietra con iscrizione venetica trovata poco distante.
Nel secondo caso la sepoltura è in una situla in bronzo con armille, aghi e anelli in bronzo.
Purtroppo in entrambi i casi, i contesti, frutto di scavi effettuati nel XIX sec., non sono corredati da una documentazione esaustiva (Carta Archeologica del Veneto, I, nn. 25.1, 22.1, pp. 63, 64 ).
Più circostanziati sono, invece, i rinvenimenti effettuati nel 2004 durante il rifacimento del muro di contenimento del terrazzo localizzato all’esterno del prospetto sud del Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore. In tale occasione si documentò una sezione stratigrafica con evidenze comprese tra l’età del ferro e l’epoca romana (sito n. 9). Costituiscono una novità rispetto alle facies culturali locali i frammenti di una tazza di ambito retico e un osso con iscrizione in caratteri venetici; se i reperti fittili sono databili al V–III sec. a.C., l’iscrizione su ossa sembra rimandare ad una più tarda tradizione legata a pratiche magico-sacrali documentata soprattutto in contesti di area retico-alpina tra il II e il I sec. a.C. (Gangemi, 2008).
La datazione attribuita a tale reperto è indiziaria di un processo di romanizzazione graduale, contraddistinto da un apporto culturale improntato, almeno nella fase iniziale, ad un modello di acculturazione, secondo modalità peraltro attestate in numerosi altri siti dell’area cadorina.
In alcuni casi, come già accennato, le frequentazioni di epoca romana insistono sui siti di epoca precedente, che, anche se in assenza di dati comprovanti, suggeriscono una sostanziale continuità di frequentazione e utilizzo.
E’ questo il caso delle tombe romane localizzate nei pressi dei più antichi siti funerari del Cristo (sito n. 1) e di a Pozzale (sito n. 7). Nel sito di Pozzale, ad esempio, alcune tombe restituirono corredi in monete databili da Traiano a Gordiano III, con un excursus quindi compreso tra la fine del I e la metà del III sec. d.C. Nella stessa località altre monete, peraltro decontestualizzate, si collocano alla metà del II sec. d.C. (sito n. 8).
Allo sviluppo economico e commerciale instauratosi con l’integrazione di questi territori alpini nell’ambito dell’amministrazione romana imperiale, si può ricondurre la comparsa di residenze di pregio, quali la grande domus di piazza del Municipio di Pieve di Cadore (sito n. 3), una villa residenziale dotata di pavimenti mosaicati e di sistema di riscaldamento ad ipocausto probabilmente realizzata nel II sec. d.C. e frequentata almeno fino alla metà del III sec. d.C. (Casagrande, 2013). Strutture abitative di più modeste dimensioni riconducibili alla tipologia della villa rurale sono finora note esclusivamente grazie al rinvenimento di un edificio lungo il lato sud del Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore (sito n. 9) e, plausibilmente, da limitati lacerti di pavimenti in cocciopesto rinvenuti nel 1991 in località Nebbiù nel corso di lavori edilizi (sito n. 13).
All’ambito cultuale sono forse ascrivibili le strutture murarie identificate nel 1894 alle pendici settentrionali del Monte Ricco (sito n. 6), tra le quali si rinvennero una statuetta di bronzo raffigurante Diana, una patera di rame con dedica a Marte e varie monete, mentre di dubbia interpretazione è lo strato carbonioso spesso 30 cm contenente due monete romane rinvenuto alle falde sud occidentali dello stesso colle nel 1951 (sito n. 5).
Nei siti sinteticamente descritti non sono stati rinvenuti reperti successivi al IV sec. d.C., dato che consente di ipotizzare un abbandono degli insediamenti, probabile conseguenza del periodo di crisi che contraddistingue la fine dell’impero romano.
L’alto medioevo nel territorio di Pieve di Cadore è contraddistinto da una pressoché totale mancanza di testimonianze archeologiche e documentarie. Ad una certa ricchezza delle documentazione storico-archivistica che si ha a partire dal XIII sec., si contrappone una scarsa densità di evidenze archeologiche, limitate al rinvenimento di due sepolture ad inumazione in località Pozzale, genericamente attribuite al periodo medioevale (sito n. 11). L’importanza strategica ed economica di Pieve nel Medioevo è testimoniata anche dalla presenza di un sito fortificato posto a controllo della confluenza del Boite con il Piave, insediato nel crinale a settentrione di Monte Ricco. Il sito è attestato a partire dal 1155 (Collodo, 1988). Non sorprende constatare che la stessa area assunse molto precocemente anche funzione di centro amministrativo della circoscrizione ecclesiastica, testimoniata dalla fondazione eponima della chiesa plebanale, anch’essa documentata a partire dal basso medioevo in poi (Collodo, 1988).