COMELICO
appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti
a cura di G. Zandegiacomo S., maggio 2020
(ultima revisione, 18 giugno 2026)

L’archeologia in Comelico ha una storia relativamente breve, ma comincia oggi a delineare sviluppi di notevole interesse. Fino a non molto tempo fa si riteneva che i primi insediamenti umani risalissero al 1000 d.C.; le ricerche condotte da Piergiorgio Cesco Frare e Carlo Mondini hanno invece dimostrato la presenza di almeno sei siti mesolitici (10.000–8.000 a.C.) nell’area: Giò d’Olmi (Val Visdende), Coltrondo (Comelico Superiore), Spina 1 e 2 (Comelico Superiore), Costone della Spina di Londo (Comelico Superiore) e Col della Crodatta (Comelico Superiore).
Un recente studio sulla torbiera di Coltrondo ha inoltre evidenziato deboli segnali di presenza umana già a partire dall’età del bronzo, che si fanno più consistenti dal VI secolo a.C. fino a divenire inequivocabili intorno al 50 a.C.. A partire da questa fase sono documentate con certezza anche attività minerarie nell’area: un dato che contribuisce a ridefinire profondamente il quadro del popolamento.
Le evidenze archeologiche restano ancora limitate, ma iniziano a fornire riscontri significativi: dapprima con il ritrovamento di strutture murarie e materiali in terracotta databili tra V e VII secolo d.C. presso la chiesa di Santo Stefano di Cadore, e successivamente con l’individuazione dei resti di una fortificazione lignea sul Passo di Monte Croce Comelico, databile tra III e V secolo d.C.


Già Alessio De Bon sosteneva l’esistenza di una strada romana attraverso Passo Zovo e il Passo di Monte Croce Comelico, che poi scendeva verso Sesto per biforcarsi in direzione della Val Pusteria e di Aguntum. I tronchi utilizzati per drenare l’acqua da una zona paludosa, rinvenuti dallo stesso De Bon presso i tabià di Zancurto, tra Padola e Monte Croce Comelico, sono stati analizzati mediante dendrocronologia (datazione basata sullo studio degli anelli di accrescimento del legno) e risultano databili al I secolo d.C.
Un’altra via di comunicazione, probabilmente anteriore all’età romana, potrebbe essere individuata presso forcella Dignas, punto di valico più basso verso l’Austria. Già Fabbiani segnalava la presenza di solchi incisi sulla roccia nei pressi della forcella; tuttavia, in assenza di prove di frequentazione umana precedente al Medioevo in Val d’Ansiei e in Comelico, li interpretava come tracce lasciate dai carri impiegati nel trasporto del legname nel corso dell’Ottocento.
Un elemento che induce a riconsiderare questa interpretazione è rappresentato da una carta geografica del XVIII secolo, rinvenuta da Gianni Pais — ma derivata da modelli più antichi — nella quale è indicata una strada per forcella Dignas definita come “rotabile”, ovvero percorribile da carri.
Il fatto stesso che i confini del Comelico si estendessero, fino all’Ottocento, fino alla sponda del fiume Gail (Zeglia), ben oltre lo spartiacque alpino, testimonia l’intensità dei rapporti con la Gailtal. Ancora oggi questa antica relazione sopravvive simbolicamente: ogni anno gli abitanti di Sappada si recano a piedi in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Luggau, coinvolgendo persone di tutte le età.