Valle di Cadore

appunti della storia archeologica e dei ritrovamenti

a cura di G. Zandegiacomo S., maggio 2020

(ultima revisione, 17 giugno 2026)

Inquadramento geografico e strategico

Valle di Cadore occupava una posizione strategica di grande rilievo: insieme a Pieve, controllava infatti l’accesso meridionale alla Val Boite e a Cibiana. Il territorio, pianeggiante ed esposto al sole, godeva di un microclima particolarmente favorevole.


I ritrovamenti più antichi

Non sorprende, dunque, l’abbondanza di ritrovamenti archeologici nel suo ambito. Tra i più antichi si annovera «un martello o maglio di pietra nera durissima, accuratamente lavorato e levigato su tutta la superficie, con un foro centrale circolare per l’infissione del manico».
La Carta Archeologica del Veneto (C.A.V.) ne propone una datazione ampia, compresa tra il 2500 e il 1500 a.C., inevitabilmente approssimativa, essendo il reperto andato perduto durante la Prima guerra mondiale.


La frequentazione venetica e romana

Ben più numerose risultano le testimonianze di età venetica e romana, indice di una frequentazione intensa e prolungata del territorio.


L’ipotesi del municipium di Berua

A tal proposito, il professor Anti avanzò l’ipotesi che in quest’area fosse situato il municipium romano di Berua, già preceduto da un oppidum retico (abitato fortificato).


Sono stati individuati quattro edifici di età romana, probabilmente interpretabili come ville: due in località Stean e due a Villa.
Una delle strutture di Villa comprendeva un ambiente di notevoli dimensioni (15 × 11 m), con pareti intonacate e decorate da motivi floreali (vedi a fianco) e pavimentazione a mosaico. Anche il secondo edificio di Villa presentava una stanza, di dimensioni più contenute (9 × 9 m), con intonaco decorato a motivi floreali e pavimento a mosaico; le murature proseguivano nel terreno adiacente.
Le abitazioni possono essere datate tra il I e il II secolo d.C.
Il primo edificio di Stean era costituito da un unico ambiente con pavimentazione in argilla.

Sono stati recuperati frammenti di tegoloni, uno dei quali recava un bollo (vedi sotto). Il secondo edificio presentava un pavimento in battuto di malta, sostenuto da blocchetti di tufo, ed era costituito da due ambienti impostati su un terrazzamento; era inoltre dotato di un sistema di riscaldamento ad ipocausto.
Dallo studio delle monete si può ipotizzare che l’edificio sia rimasto in uso dal I al IV secolo d.C.

Una struttura di età romana a pianta quadrata è stata scavata in via Chiemis.
Un’area di particolare interesse è quella di Rusecco: qui, nel 1910, vennero rinvenute tre situle bronzee, una delle quali recava un’iscrizione in venetico. Si tratta di una dedica a Loudera, divinità assimilabile alla romana Libera, connessa ai cicli di morte e rinascita della natura.
Nel medesimo contesto furono trovati anche alcuni simpula, bracciali, sette cuspidi di lancia in ferro di tipologia celtica e una moneta di Druso (15 a.C.–23 d.C.). A breve distanza, nel 1973, vennero scoperti i resti di una struttura che conteneva circa 200–250 boccali in terracotta, alcuni dei quali con ceneri e ossa combuste. Sono stati inoltre rinvenuti piccoli attrezzi in ferro per la lavorazione del legno, con immanicature in corno e osso, fibule (I sec. a.C.), orecchini anche in oro, bracciali, anelli d’argento, manici di bronzo con attacchi ad ancora per secchielli lignei, nonché coppe e bottiglie in vetro.
Particolarmente significativo è un vaso in terracotta, a vernice rosso-arancio, modellato a forma di ariete accovacciato: esso trova confronti in Africa settentrionale e reca un’iscrizione in latino arcaico riferita a una donna dal nome venetico, incisa prima della cottura.
Attualmente la dott.ssa Bonomi ritiene che entrambi i contesti siano riconducibili a un’area sacra. Nelle immediate vicinanze è presente infatti una sorgente, tuttora ritenuta dalla tradizione popolare dotata di proprietà salutari.
In località Fies, nella parte alta del paese, è stata rinvenuta una lapide in pietra del Fadalto con iscrizione latina (I sec. d.C.): Lucio Saufeio vi attesta la donazione di una schola (sala per riunioni e cerimonie) e di un solarium (terrazza) a favore di un’associazione o corporazione.
Sempre nella stessa area si trovava anche una necropoli: sono state individuate alcune sepolture a inumazione appena sotto il colle, dalle quali provengono orecchini e spade, datati dalla Carta Archeologica del Veneto al IV–V secolo d.C. Poco distante, a circa due metri di profondità, nell’angolo di una struttura di 10 × 5 m (forse identificabile con la schola), sono stati rinvenuti ulteriori inumati con corredi costituiti da orecchini e una spada, riferibili a età medievale.
Probabilmente allo stesso contesto vanno ricondotti i reperti acquistati dal prof. Giorgio Dal Piaz da un contadino e descritti dal prof. Raffaello Battaglia nel 1919: sei orecchini, un pendaglio e tre anelli d’argento, un braccialetto, un’armilla, un pendaglio e due fibule di bronzo a S, una cuspide di lancia in ferro e una moneta imperiale romana, probabilmente inserita in un pendaglio o in una collana.
Le fibule a S costituiscono un ritrovamento particolarmente rilevante: si tratta infatti degli unici esemplari documentati nel ducato longobardo del Cenedese (comunicazione del prof. G. Arnosti) e sono tipologicamente attribuibili alla cultura longobarda. Appare pertanto difficile ipotizzarne una produzione locale. Nel loro complesso, questi materiali rappresenterebbero gli unici reperti longobardi finora documentati in Cadore.
Un’ulteriore struttura di grandi dimensioni, non ancora indagata, è segnalata in località Sebbie.
(testo di G. Zandegiacomo S, rivisto).


Valle di Cadore

I saggi di scavo a Valle si sono svolti nei mesi di ottobre e novembre 2000, finanziati dalla Regione Veneto con uno stanziamento di 41.000.000 di lire, al fine di poter successivamente presentare un progetto europeo per la creazione di percorsi turistico-archeologici nel territorio comunale. I risultati sono stati incoraggianti: nel corso del primo saggio è emersa una struttura imponente, con i resti di un muro lungo 8 metri che forma un angolo, oltre a tracce di pavimentazioni.
Nel secondo saggio è stato riportato in luce uno dei muri di una villa romana già indagata dal dott. Enrico De Lotto negli anni Sessanta. Il muro, anch’esso lungo 8 metri, presenta sul lato nord resti delle preparazioni pavimentali, con numerose tessere di mosaico.
Lo scavo è stato successivamente interrotto per mancanza di fondi.