Dalle indagini archeologiche sono emersi, oltre all’Epigravettiano recente (13.000-11500 anni fa) e al mesolitico anche un focolare dell’età del rame.  Vedi vol. 15 “Le Ricerche preistoriche dell’Università di Ferrara” link

Aggiornamenti 2019 dello studio del sito di Casera Staulanza  (Val di Zoldo, Belluno)
Federica Fontana, Davide Visentin, Stefano Bertola, Maria Chiara Turrini
Università degli Studi di Ferrara, Dipartimento di Studi Umanistici

Il sito all’aperto di Casera Staulanza è stato oggetto d’indagini stratigrafiche tra gli anni 2013 e 2018, facendo seguito alla prima campagna esplorativa del 2011, che ne aveva consentito l’individuazione. Si trova nelle Dolomiti Bellunesi, sul versante occidentale dell’omonimo passo che mette in comunicazione la Val Fiorentina con la Val Posedera, tra le pendici del Monte Pelmetto e del Monte Crot, in un’area caratterizzata da depositi riferibili all’ultima glaciazione. Il sito è stato individuato ai piedi del dosso che fronteggia la casera, a 1.681 m di altitudine, su un piccolo pianoro di forma sub-triangolare ampio circa 40 m2, modellato dall’incisione di due corsi d’acqua effimeri (Fontana et al., 2014, 2016, 2018a, b)

Stratigrafia

Nel complesso l’area esplorata si estende su circa 33 m2 e la sequenza stratigrafica, dello spessore medio di circa 60 cm, si compone di due suoli : il più antico (US 18/7) è individuabile come un entic podzol evolutosi su depositi glaciali del Pleistocene superiore, caratteristico di ambienti forestali di conifere delle alte quote alpine ed è riferibile al Tardoglaciale (fig. 4), mentre il più recente (US 12/23) è attribuibile all’epoca subattuale (Fontana et al. 2018b). Le principali fasi di frequentazione antropica del sito sono avvenute al tetto del suolo più antico. Entrambi i suoli sono caratterizzati da diffuse bioturbazioni (tane di piccoli animali fossoriali, apparati radicali, ceppaie) e sono interrotti da evidenze strutturali di origine antropica, in particolare alcune strutture di combustione. La sequenza si appoggia su un deposito di origine glacio-lacustre, a composizione limo-argillosa di colore grigio-brunastro, databile al Pleistocene superiore e sterile da un punto di vista archeologico.

 

Evidenze archeologiche
Data la localizzazione all’aperto del sito e la natura dei suoli, questi conservano due principali categorie di reperti: i carboni che appaiono dispersi nei due suoli in modo uniforme, se si eccettuano le concentrazioni rappresentate da tre strutture di combustione localizzate in punti diversi della superficie indagata, e l’industria litica che è particolarmente abbondante, ammontando ad un totale di oltre 11.000 reperti tra prodotti e sottoprodotti della scheggiatura, supporti ritoccati e nuclei. Di questi oltre 3.700 sono stati posizionati, grazie all’utilizzo di una stazione totale, mentre i restanti sono stati recuperati tramite la setacciatura integrale a secco del sedimento. I manufatti litici appaiono maggiormente concentrati nel settore N-E della superficie esplorata, entro un’area di pochi metri quadrati, diradandosi sulla superficie circostante (Sangiorgi 2018). I primi studi sull’industria litica si sono finora concentrati sui reperti rinvenuti nel settore settentrionale di scavo. Si tratta di 5.120 manufatti, che hanno permesso di riferire la principale frequentazione del sito alla fase terminale dell’Epigravettiano recente (13.000-11.500 anni fa circa), nonostante nessuna delle cinque datazioni radiometriche (inedite) finora realizzate abbia fornito una data compatibile (Fontana et al., 2018a, b; Soncin 2017). I manufatti ritoccati più diagnostici sono rappresentati da dorsi e troncatura, spesso frammentari, associati a meno frequenti punte a dorso e lame a dorso.

 

 

 

 

 

 

 

 

La presenza di alcuni microliti geometrici e due datazioni radiometriche ottenute da carboni provenienti da uno dei focolari e dal suolo tardoglaciale, riferibili all’Olocene antico, consentono di ipotizzare anche una più puntuale frequentazione durante il Mesolitico antico, che dovrà essere confermata dagli studi in corso (Soncin 2017)

L’analisi delle materie prime con le quali sono stati realizzati i manufatti ha rivelato provenienze diverse: alla selce di origine alpina si associano litotipi originari di un areale piuttosto ampio che comprende la fascia delle Prealpi Venete estesa dalla Val Belluna al FeltrinoM. Grappa-Altopiano dei Sette Comuni. Rilevante è, inoltre, la presenza di manufatti in cristallo di rocca, affiorante nella fascia più interna delle Alpi. Inoltre, due datazioni radiometriche effettuate su campioni di carbone estratti dal suolo tardoglaciale hanno restituito date storiche mentre un’altra, riferibile a una struttura di combustione, rimanda all’età del Rame.
Tuttavia, allo stato attuale, non sono stati individuati manufatti riferibili a quest’ultimo periodo, mentre si riferiscono all’epoca storica sporadici reperti. Da evidenziare che a circa cento di metri dal sito è ubicata la casera moderna e che l’area è ancora oggi utilizzata per il pascolo del bestiame. Durante la campagna del luglio 2018, a valle del sito in corrispondenza di una zona umida, sono stati effettuati anche alcuni carotaggi e sondaggi stratigrafici. I carotaggi hanno permesso di portare alla luce un’importante sequenza di sedimenti torbosi e lacustri riferibili alla presenza di due piccoli bacini inframorenici. Una datazione radiometrica effettuata su resti carboniosi prelevati alla base di uno dei carotaggi ha restituito una data riferibile all’Olocene antico. Il proseguimento degli studi permetterà di approfondire l’interesse di questa zona per la ricostruzione della storia vegetazionale dell’area. Uno dei sondaggi effettuati lungo la sponda di una delle due torbiere ha permesso di individuare alcuni manufatti litici scheggiati su selce della Scaglia Rossa.

Considerazioni finali

L’insediamento di Casera Staulanza rappresenta uno dei siti tardo-paleolitici posti a quote più elevate e in più zone interne dell’arco alpino. Fra questi, è sicuramente quello che attesta anche la più intensa frequentazione, andando a costituire un’importante testimonianza dell’espansione, sin dalle fasi finali del Pleistocene, dei gruppi umani nelle aree dolomitiche e dello sviluppo di itinerari che dalla fascia prealpina s’inoltravano all’interno alla catena montuosa. I gruppi umani che s’insediarono nei pressi di Casera Staulanza possono essere considerati tra i primi esploratori di queste aree montane che nei millenni seguenti saranno intensamente abitate e sfruttate, fino a quote di oltre 2000 m, dalle ultime comunità di cacciatori-raccoglitori mesolitici, come evidenziato dalle importanti testimonianze emerse nel sito di Mondeval de Sora (Fontana et al., 2009, Valletta et al., 2016) e dai molteplici ritrovamenti di superficie effettuati su tutto il territorio delle Dolomiti Bellunesi (Fontana e Visentin, 2016;
Visentin et al., 2016a, 2016b). Casera Staulanza rappresenta, inoltre, come Mondeval de Sora, un luogo di evidente persistenza insediativa, che dalla remota preistoria arriva fino ai giorni nostri, grazie alla sua posizione “strategica”, vicina a fonti di acqua e appoggiato su un piccolo pianoro, lungo un itinerario di spostamento privilegiato, in prossimità di un importante passo alpino.

Ringraziamenti Scavo effettuato su concessione del Ministero per i Beni e le attività Culturali e del Turismo – Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le Province di Belluno, Padova e Treviso, con il supporto del Comune di Selva di Cadore, del Comune d Val di Zoldo e dell’Associazione Amici del Museo di Selva di Cadore. Si ringraziano gli studenti che hanno partecipato alle ricerche, in particolare A. Soncin, C. Sangiorgi, A. Pozzato e gli operatori del Museo Vittorino Cazzetta di Selva di Cadore che hanno promosso le attività divulgative, portando diverse centinaia di visitatori sullo scavo durante le annuali campagne.