I reperti altomedievali di Valle di Cadore fra riscoperta, studio e valorizzazione

Dalle collezioni dell’Università di Padova al Museo Archeologico Cadorino: una storia di ricerca, collaborazione e valorizzazione del patrimonio archeologico
Nell’ambito delle Giornate europee dell’archeologia, il 12 giugno 2026 è stato presentato alla comunità il nucleo di reperti altomedievali provenienti dal territorio di Valle di Cadore, oggi esposto presso il Museo Archeologico Cadorino.
L’incontro, svoltosi nella sala consiliare del municipio di Pieve di Cadore, ha permesso di ricostruire una vicenda che intreccia ricerca scientifica, tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico, culminata nel recupero e nella restituzione alla collettività di importanti testimonianze dell’alto medioevo cadorino.

Una storia iniziata oltre cento anni fa
Ad aprire l’incontro è stato il direttore del Museo Archeologico Cadorino, Matteo Da Deppo, che ha sottolineato come la vicenda dei reperti rappresenti un esempio concreto di come la conoscenza e la memoria collettiva possano essere salvaguardate grazie all’impegno di molte persone e istituzioni.
I reperti furono rinvenuti nei primi anni del Novecento e giunsero all’attenzione del geologo Giorgio Dal Piaz, che ne intuì l’importanza e li affidò agli studiosi dell’Università di Padova. Qui vennero analizzati e pubblicati già nel 1919 dall’archeologo Raffaello Battaglia, consentendo di conservarne la memoria scientifica.
Da Deppo ha ricordato come la vicenda dimostri che la tutela del patrimonio culturale nasce dalla capacità di non rimanere indifferenti davanti alle testimonianze del passato. Una responsabilità condivisa che coinvolge ricerca, tutela, valorizzazione e gestione: ambiti distinti ma strettamente collegati, che trovano la loro efficacia soltanto attraverso la collaborazione fra istituzioni e comunità.

Le Giornate europee dell’archeologia
Il soprintendente Alessandro Asta ha inserito l’evento nel contesto delle Giornate europee dell’archeologia, iniziativa promossa a livello internazionale per avvicinare il pubblico alla disciplina archeologica e far conoscere il lavoro svolto quotidianamente da ricercatori, musei e istituzioni.
Asta ha evidenziato come il territorio di Valle di Cadore costituisca oggi un caso particolarmente interessante per la ricchezza delle testimonianze archeologiche che coprono un arco cronologico molto ampio: dai recenti ritrovamenti dell’età del bronzo emersi durante i lavori della variante stradale, al deposito votivo di Rusecco, agli insediamenti e alle testimonianze di età romana, fino alle evidenze altomedievali oggi finalmente riportate all’attenzione del pubblico.
Secondo il soprintendente, questi dati confermano la continuità dell’occupazione umana nel territorio e costituiscono un tassello importante per comprendere le trasformazioni avvenute tra la fine dell’età romana e l’alto medioevo, periodo ancora poco documentato in area cadorina.

La riscoperta nei depositi dell’Università di Padova
Un ruolo decisivo nella vicenda è stato svolto dall’archeologa Elisa Dalla Longa, che durante il lavoro di catalogazione delle collezioni dell’allora Museo di Antropologia dell’Università di Padova si è imbattuta nei reperti.
L’operazione rientrava nel grande progetto di revisione e studio delle collezioni confluite nel nuovo Museo della Natura e dell’Uomo, aperto nel 2023. Fra migliaia di reperti conservati nei depositi universitari, Dalla Longa individuò alcuni ornamenti altomedievali privi di indicazioni precise sulla provenienza. Successivamente rinvenne una punta di lancia accompagnata dall’indicazione “Valle di Cadore”.
La vera svolta arrivò però attraverso la ricerca bibliografica e archivistica. Consultando le pubblicazioni di Raffaello Battaglia, l’archeologa si imbatté nell’articolo Scoperte barbariche a Valle di Cadore, nel quale erano descritti esattamente gli stessi oggetti conservati nei depositi universitari.
Si ricostituì così un legame che sembrava perduto da oltre un secolo: non soltanto i reperti, ma anche il loro contesto storico e scientifico tornarono a essere riconoscibili.

Diciotto reperti per raccontare l’alto medioevo cadorino
L’illustrazione dei materiali è stata affidata all’archeologa Lisa Martinelli, che ha curato la nuova catalogazione nell’ambito del progetto Paesaggi storici del Cadore.
Il nucleo è composto da diciotto reperti, quasi tutti riferibili all’ornamento personale e provenienti con ogni probabilità da una necropoli altomedievale.
Particolarmente significative sono due fibule, databili ai primi decenni del VII secolo, che consentono di attribuire con buona precisione la cronologia del complesso. Si conservano inoltre sei orecchini in argento, appartenenti probabilmente ad almeno tre individui femminili, mentre una punta di lancia suggerisce la presenza di almeno una sepoltura maschile.
L’insieme dei materiali richiama modelli diffusi nell’area alpina orientale, con confronti significativi soprattutto in Friuli e in Carnia, e presenta caratteristiche riconducibili alla cultura longobarda.
Pur essendo limitate le informazioni sul luogo esatto del ritrovamento, il complesso fornisce indicazioni preziose sulla presenza umana nel territorio di Valle di Cadore durante l’alto medioevo e contribuisce ad arricchire un quadro storico ancora frammentario.

Un patrimonio che torna alla comunità
Il ritorno dei reperti al Museo Archeologico Cadorino rappresenta molto più di un semplice trasferimento di oggetti. È il risultato di un lungo percorso che ha coinvolto la Soprintendenza, la Magnifica Comunità di Cadore, il Museo Archeologico Cadorino, l’Università di Padova e numerosi studiosi e professionisti.
Come è emerso durante la conferenza, il valore dell’operazione risiede non solo nella possibilità di esporre al pubblico testimonianze di grande interesse storico, ma soprattutto nell’aver recuperato e restituito alla comunità il patrimonio di conoscenze che quei reperti custodiscono.
Dopo oltre cent’anni, questi oggetti tornano nel territorio che li ha custoditi per secoli, rientrando a far parte della memoria collettiva del Cadore e offrendo nuove opportunità per approfondire la conoscenza del suo passato altomedievale.

vz.

Come Gruppo Archeologico Cadorino desideriamo inoltre portare all’attenzione dei lettori un aspetto poco noto di questa vicenda. Già nel 2013 il socio Giovanni Zandegiacomo Seidelucio aveva riscoperto la pubblicazione di Raffaello Battaglia nella quale era riportata notizia del rinvenimento. Grazie alla collaborazione del dott. Diego Battiston fu possibile reperirne una copia presso la Biblioteca dell’Università di Padova. Le informazioni in essa contenute portarono a richiedere una verifica nei depositi del Museo dell’Università di Padova, dove il prof. Dal Piaz era solito destinare i reperti recuperati nel corso delle sue ricerche. In quell’occasione fu rinvenuta soltanto la punta di lancia, mentre degli altri materiali non emerse alcuna traccia. Sebbene non sia possibile stabilire un collegamento diretto con le successive indagini che hanno portato al recupero dei reperti oggi noti, ci sembra significativo ricordare questo precedente lavoro di ricerca e approfondimento, che contribuì a mantenere viva l’attenzione su una scoperta di straordinaria importanza per la storia del Cadore.

 

 

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