Quest’anno ricorre il 100° anniversario della nascita di Giovanni Battista Frescura (1921-1993), il cui nome è legato in modo indissolubile al sito di LAGOLE.

A marcare l’importante anniversario Comune di Calalzo e Magnifica Comunità di Cadore stanno organizzando una mostra che resterà aperta presso la sala consiliare del municipio di Calalzo dal 13 agosto al 30 ottobre 2021.

Il Gruppo Archeologico Cadorino darà il proprio contributo sia all’organizzazione della mostra che alla ricerca dei materiali che possano renderla ancora più ricca e più completa:
a questo scopo invitiamo anche i nostri soci – e simpatizzanti – a segnalarci qualsiasi fatto o aneddoto (anche se all’apparenza poco significativo), fotografia o materiale inerente a Giovanni Battista Frescura e ai suoi scavi, di cui siano a conoscenza in modo diretto o indiretto.
Un bel modo per rendere omaggio all’insigne conterraneo sarebbe quello di far emergere reperti di scavo o anche ritrovamenti occasionali che siano legati a Lagole, in modo da renderli usufruibili a tutti e da contribuire alla ricostruzione di un pezzo importante della nostra storia.

Il Direttivo

 

 

reperto Lagole

 

 

Dall’archivio del Corriere delle Alpi:

Frescura, l’uomo che scopri Lagole paleoveneta
di Walter Musizza e Giovanni De Donà, 13 marzo 2009

Era il 3 aprile 1949 quando un giovane appassionato calaltino, Giovanni Battista Frescura, estrasse dal terreno di Lagole un idoletto di bronzo e un manico con iscrizioni paleovenete: scoperta eccezionale, che ebbe notevole risonanza fra i più illustri studiosi europei.
Giovanni Battista era nato a Calalzo di Cadore l’8 giugno 1921 da Matilde e Giuseppe Frescura, primo di cinque fratelli. Scrive di lui la figlia Donatella: «Era un bambino vivace, con spiccata curiosità intellettiva e voglia di conoscere, tanto che subito dopo la licenza elementare si appassionò alla storia greca e romana, in particolare agli eroi omerici. Iniziò a lavorare come operaio nelle fabbriche della zona e durante il servizio militare, fatto a Roma, completò la sua formazione da autodidatta, sia con corsi serali, che per corrispondenza. Libro dopo libro, costrui una piccola biblioteca che dopo l’8 settembre 1943 lasciò in custodia ad una famiglia nella campagna romana. Ritornato a Calalzo partecipò alla lotta partigiana nelle Brigate Garibaldi, fino alla liberazione, e terminata la guerra tornò a riprendere tutti i suoi libri, riprendendo il lavoro nell’occhialeria Lozza».
Dopo aver studiato gli scritti del Ciani e del Fabbiani, focalizzò i suoi interessi su Lagole, dove ancora nel 1855, scavando i tufi per il ponte della Molinà, si era trovata una moneta di Valentiniano I. Non molto lontano, al ‘Cristetto”, nel 1881, erano venute alla luce delle tombe ed una moneta di età imperiale, mentre nel 1914 furono ritrovate una cisterna ed una situla presso la stazione ferroviaria. Tra il 1945 e il 1947 dei lavori di sterro portarono poi al ritrovamento di ceramiche e pugnali. Tutti questi indizi spinsero GioBatta ad approfondire la ricerca archeologica in quella zona, aiutato a volte dal fratello Lino, da Ezio Frescura e Adelmo Peruz (oggi affermato artista).
Tutto il tempo libero dopo il lavoro, il sabato e la domenica, era dedicato agli scavi di Lagole. Un articolo dell’epoca lo descrive: «Eccolo là in fonda ad una nera trincea, un giovane a dorso nudo abbronzato dal sole e macchiato di terra e di fango fin sopra gli occhi. Con la sua zappetta sembra accarezzare l’alta parete dello scavo per non lesionare gli eventuali oggetti che incontra lungo il cammino». Finalmente dopo ritrovamenti di piccoli cocci il 3 aprile 1949, vennero alla luce due statuine di bronzo e un manico con iscrizione.
In una intervista rilasciata all’archeologo Eugenio Padovan, GioBatta ricordava: «Ero emozionato ed intimorito, raccoglievo e mettevo in tasca questi ‘pesi” e non avevo più il coraggio di guardarli, tanto mi sembravano incredibili. Pensavo di avere trovato le porte dell’inferno, di avere fatto, chissà quale sacrilegio. I primi reperti li trovai il 3 aprile del 1949, insieme ad altre due o tre persone… La voglia di scoprire, ma anche la paura mi coglievano allo stesso tempo. Non escludevo nemmeno di essere preda di qualche maledizione per aver profanato magari un luogo sacro. Dopo la scoperta delle prime statuette aspettavo – con qualche apprensione – il trascorrere della settimana senza che mi succedesse qualcosa, contavo i giorni e dicevo tra me e me, siamo già a sabato e non mi è ancora capitato niente… Continuai a scavare perché la passione e la curiosità prendevano sempre il sopravvento».
Iniziò a scrivere il giornale di scavo, con ubicazione, data del recupero, schema stratigrafico del terreno, posizionamento dei reperti ritrovati e vicinanza, se certa, con altri pezzi, disegno del reperto e dimensioni, trascrizione dell’eventuale incisione.
Nella sua casa calaltina portava i reperti, li puliva con estrema cura e trepidazione, quasi con religiosità. Con il consenso alla Sovrintendenza di Padova continuò le campagne di scavi nella primavera-estate del 1949 e del 1950, mentre la campagna del 1951 (agosto-settembre) fu seguita in qualità di assistente della Sovrintendenza, come le successive dal 5 al 20 settembre 1952, dal 10 agosto al 15 settembre 1953 ed infine dal 16 agosto al 16 settembre 1956.
In seguito fu assunto alla Sovrintendenza di Padova, dove trasferi la sua residenza nel 1952, diventando assistente capo agli scavi, dopo aver superato brillantemente a Roma regolari concorsi nazionali. Da allora partecipò agli scavi in tutto il Triveneto, a Trento, Pergine, Altino, San Lorenzo (Bolzano), Fiè (Bolzano), Adria, Feltre, Este, Ledro (Trento), Mel, Montebelluna, Oderzo, Vicenza, Altopiano di Asiago, Verona, Aquileia, Opeano, Valle e Pieve di Cadore, Asolo, Legnago. Partecipò a due missioni archeologiche dell’Università di Padova in Turchia, nel maggio-luglio 1967 quindi in Cappadocia nel maggio-giugno 1968. Fu inviato a Lubiana, a Vienna e ad Helsinki per l’organizzazione di mostre e scambi culturali. Terminò la carriera come assistente capo e si ritirò in pensione nel luglio 1982, continuando peraltro a tenere stretti contatti con molti studiosi. Ritornò anche in Turchia e visitò la mitica Troia, la Grecia, la Sicilia, la ex Jugoslavia, l’Austria, l’Ungheria, l’ex-Cecoslovacchia, la Francia, San Pietroburgo e Mosca. Sono ormai passati più di 15 anni dalla sua morte, avvenuta il 25 giugno 1993, e forse il Cadore dovrebbe riconoscere di non aver fatto molto per ricordare questo suo figlio illustre, fattosi davvero tutto da solo.

 

 


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