COSA FU IL PATRIARCATO DI AQUILEIA
di Gabriele Caiazza

Volendo dare un’idea quantomeno dignitosa dell’essenza e consistenza del Patriarcato di Aquileia, bisogna anzitutto sottolineare che non vi fu alcun tipo di cesura fra l’Ecclesia Aquileiensis attestata dall’età paleocristiana e il Patriarcato di Aquileia affermatosi nel corso del medioevo. Infatti, al contrario di quanto ancor oggi sovente si narra, il secondo non può esser considerato “erede” della prima, per il semplice fatto che non vi fu soluzione di continuità. A maggior ragione, tale presunta “successione” non si può considerare avvenuta in un anno preciso, che si tratti del 558, del 1077 o di qualsiasi altro. Pertanto è quantomeno improprio, e non solo dal punto di vista storico e documentario, descrivere due entità consecutive ma distinte quando al massimo si può invece parlare – e soprattutto per comodità didattico-divulgativa – di due fasi della lunga storia di quell’unico soggetto che fu la Chiesa di Aquileia.
Tutto ciò malgrado quest’ultima abbia finito per racchiudere più d’una “identità”: nata, infatti, come circoscrizione vescovile (diocesi), presto diventò anche provincia ecclesiastica (metropolìa) e infine ottenne una propria giurisdizione territoriale (principato ecclesiastico): il comprensorio e gli organismi amministrativi dei tre ambiti istituzionali coincisero solo in parte (i rispettivi limiti – confini o frontiere – praticamente mai!) e la persona che di volta in volta fu posta al vertice dovette inevitabilmente misurarsi con essi e con la difficoltosa reciproca coesistenza, essendo originariamente un semplice episcopus divenuto relativamente presto anche metropolita – e detto patriarcha quantomeno dalla prima metà del VI sec. – e infine diventato un potente senior territoriale itinerante, a seconda dei momenti duca, marchese, conte dell’impero. In quest’ultimo senso, poi, fu adoperato comunque – quantunque impropriamente – l’appellativo “patriarca” estendendone pertanto il raggio semantico al significato di più alta autorità, dotata di poteri civili, giudiziari e militari. Nella fattispecie, la compagine “statuale” fu al contempo di tipo feudale e teocratico.
Spesso si sono fissate sin troppo recisamente le “tappe” evolutive dell’antica istituzione aquileiese, finendo per suddividerne la storia in più periodi, non di rado a seconda del luogo che avrebbe funto da “capitale”: in ordine di apparizione, in primis Aquileia e a seguire Grado, Cormons, Cividale e Udine. In realtà, così come la lunga storia della Chiesa poi Patriarcato di Aquileia non si può far iniziare in un anno specifico e neppure frazionare in maniera semplicistica in più “tempi”, parimenti non è possibile parlare di un’univoca “capitale” effettiva per alcuno di essi. Perdipiù è esageratamente sottostimato, oltreché fuorviante, riconoscere solo un breve periodo di preminenza ad Aquileia, giacché essa rimase – pur se fra alti e bassi – la Sede principale per secoli, quantomeno nominalmente e spiritualmente sempre. Risulta dunque arbitrario e anacronistico datare a un anno specifico il presunto passaggio definitivo da una “capitale” all’altra, tanto più se già da tempo inserita nel novero delle sedi palatine dei patriarchi.
Una simile semplicistica suddivisione per periodi e capitali, fra l’altro, ha escluso dalle ricostruzioni degli studiosi per fin troppo tempo le altre numerose “sedi palatine” dei patriarchi di Aquileia, che in questa occasione si possono nuovamente ricordare: accanto alle cinque citate, ecco dunque in ordine meramente alfabetico Attimis, Capodistria (Koper), Gemona (del Friuli), Maniago, Manzano, Marano (Lagunare), Meduna (di Livenza), Monfalcone, Muggia, Pola, Pietrapelosa (Kostel), Portogruaro, Sacile, San Daniele (del Friuli), San Vito (al Tagliamento), Soffumbergo (con Campeglio), Tolmezzo, Tolmino (Tolmin), Vipacco (Vipava) e verosimilmente altre ancora in attesa della doverosa riscoperta, senza dimenticare che nelle tre località maggiori per un certo tempo i palatia poterono essere più d’uno (il vetus e il novum o maius) e che più o meno sontuose residenze patriarchine sorsero perfino a Padova e a Venezia.
Accanto a queste “emergenze” palaziali, il patriarcato fu letteralmente costellato di altri luoghi di pertinenza dei principi-vescovi aquileiesi: da un lato, ovviamente, le chiese e prima fra tutte la cattedrale “primigenia” di Aquileia, alla quale poi si aggiunsero quelle di Grado, di Cividale (la cui esistenza è molto discussa, ma la cui inesistenza sarebbe inspiegabile a fronte della permanenza nella città ducale almeno pro tempore dei vescovi di Zuglio se non di quella più prolungata di presuli aquileiesi) e di Udine; dall’altra parte i castelli, tanto quelli di diretta spettanza patriarchina e quindi affidati a propri rappresentanti (capitani e gastaldi) e consorzi feudali di abitatori, perlopiù – ma non necessariamente – di rango inferiore (ministeriali), quanto quelli infeudati a fedeli vassalli perlopiù – ma non per forza – d’alto rango (liberi); infine, una lunga serie di siti a diverso titolo connessi ai successori di sant’Ermacora, dai battisteri alle abbazie e ai monasteri, dalle canipae alle riserve di caccia, dalla zecca alla cancelleria (entrambe viaggianti al seguito dei presuli), dalle rogge ai sedimi su cui sorgevano opifici, dalle ville (villaggi) e strade “del patriarca” alla miriade di masserie e appezzamenti di terreno coltivabile (mansi), ecc. ecc.
Scheda di Gabriele Caiazza, storico medievista, per il Gruppo Archeologico Cadorino
A seguito della conferenza tenuta da Silvia Blason, presidente del Gruppo Archeologico Aquileiese l’8 maggio 2026 a Pieve di Cadore
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